Tutto ciò che mi resta è sognare

di

Domenico, 16 anni

Dante non è stato e non è di certo l’unico ad aver perso la retta via e a finire nella terribile selva oscura. E sicuramente io non sono l’eccezione, se si pensa poi che siamo bloccati in una pandemia, costretti a rimanere ognuno nelle proprie case, come bestie in gabbia. Ma la cosa che mi fa più rabbia è il fatto che debba passare gli anni più belli della mia vita, “quelli che non tornano più” a detta di molti, senza poter neanche uscire, correre e abbracciare le persone che amo senza essere investito da questo senso di paura di nuocere agli altri e a me stesso.

Un anno. Bloccati in questo scenario quasi surreale. Perchè diciamolo, nessuno avrebbe mai immaginato che un virus che sta uccidendo milioni di persone ci costringa a uscire con una mascherina e ad evitare il contatto fisico. Io non di certo. E’ una cosa a cui non credi finchè non succede. E le pareti di questa stanza adesso sono sbarre che mi intrappolano costringendomi al pensiero e alla solitudine. La mia selva oscura, il mio tunnel infinito. Sono stufo di questo posto, di queste mura che spezzano le mie ali da sognatore. Voglio correre, correre, correre.

Dicono che questo sia l’atteggiamento tipico dei ragazzi della mia età: pensare solo a uscire e divertirsi, per poi tornare a casa di nuovo con la voglia di evadere. In questa frase fatta c’è un fondo di verità, devo ammetterlo. Fremo dalla voglia di poter vedere i miei amici, trascorrere una giornata lontani da questo caos, inconsapevoli che il mondo sta andando a rotoli. Peccato che, almeno attualmente, possa solo rimanere un sogno. Perchè in questo momento, da solo, nella mia stanza, sognare è l’unica via d’uscita, l’unica luce che vedo in fondo al tunnel.

Dante, per sua fortuna, non ha dovuto attraversare l’inferno da solo: c’era Virgilio, la ragione, che lo aiutava nei momenti di sconforto e lo riportava sulla giusta strada. E io? Sono solo? La risposta a questa domanda è si e no. Sono consapevole che, come me, ci sono milioni e milioni di persone nella mia stessa situazione. E molti mi prenderanno anche per un egocentrico egoista, come se fossi solo io a combattere contro questa guerra. La verità, però, è che siamo tutti relativamente soli. Perchè non possiamo aiutarci a vicenda, siamo bloccati, c’è un muro che ci divide.

Certo, nell’era digitale esistono i telefoni, i computer, internet e altri milioni di mezzi per mantenerci in contatto. Ma una videochiamata o un messaggio non possono svoltare la situazione e farmi fare i salti di gioia. Paradossalmente, però, questa è una lezione che mi serve e che serve a tutti. Quando finirà questo inferno sulla Terra, se finirà, avrò capito che è da stupidi lamentarsi sempre, vedere il lato negativo delle cose anche quando non esiste.

Sto imparando che la normalità è il più grande regalo che possa ricevere. Sto imparando a pensare, a dare un senso alle cose, a focalizzarmi su quello che un giorno sarà il mio futuro e questo è un bene per me, perché mi permette di evadere dalla mia gabbia, dalla mia prigione.

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