RICUCIRE LO STRAPPO: ESPERIENZE ED EMOZIONI NELL’AFFIDO

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I bambini collocati in affido sono portatori di difficoltà specifiche e, spesso, traumi che possono avere un impatto negativo sul suo sviluppo. Sempre più studi oggi confermano che il bambino in affido poiché ha vissuto esperienze traumatiche, con molta probabilità lo hanno portato ad avere comportamenti che, nel contesto in cui sono si sono sviluppati, erano gli unici possibili. Le strategie che ha imparato per sopravvivere appaiono tuttavia non adeguate nella situazione di accoglienza e i genitori affidatari possono trovarsi in difficoltà nel momento in cui il bambino entra nella loro famiglia. L’inserimento in un’altra famiglia, infatti, può permettere al bambino di sperimentare nuovi stili di attaccamento (Bowlby, 1983), con la conseguente possibilità di modificare nel tempo i propri modelli operativi interni, che costituiscono l’ossatura dell’idea di sé e del mondo; tale intervento può quindi fornire un’esperienza emotiva e relazionale correttiva utile a disinnescare eventuali cicli interpersonali disfunzionali sperimentati nella famiglia di origine ed interiorizzati come propri.

L’attaccamento nei bambini in affido familiare

L’attaccamento si sviluppa nella prima infanzia ed è un attaccamento sicuro quando al bambino viene fornita “base sicura”, che gli permetta di sentirsi pienamente protetto ed accettato e di esplorare il mondo circostante senza timore. Per il bambino esposto a un ambiente primario caotico, violento o gravemente trascurante, l’interpretazione degli stimoli sensoriali sarà intrisa di pericolo. In questa fase di sviluppo ancora non verbale, i segnali di potenziale pericolo si generalizzeranno e si solidificheranno in assenza del linguaggio; più tardi questi stessi segnali possono innescare allarmi/risposte al pericolo (trigger) senza che il bambino ne conosca o ne comprenda le origini. In assenza di un ambiente sicuro, il bambino sacrificherà o devierà la sua naturale esplorazione del mondo esterno.

I bambini collocati in affido quindi provengono perlopiù da situazioni e contesti dove è molto probabile che abbiano fatto esperienze traumatiche di abbandono, distanziamento, maltrattamento e imprevedibilità di cure. Il risultato, tuttavia, incide sulla possibilità di costruire relazioni sicure, soddisfacenti con gli altri, inclusi il gruppo dei pari, gli insegnanti e altri adulti. È facile quindi ipotizzare che questi bambini abbiano fatto esperienze di attaccamento poco sicuro e che la costruzione di nuove relazioni, e in particolare delle relazioni con i genitori affidatari o adottivi, non può non essere influenzata dai modelli dell’attaccamento pregressi formatesi all’interno del contesto familiare precedente che, come afferma F. Vadilonga (2010), in una relazione drammaticamente carente e distorta.

L’impatto del trauma nel bambino

I bambini che hanno vissuto dei traumi possono vedere il mondo come minaccioso ed aspettarsi che non accada loro nulla di buono. Possono avere difficoltà di relazione con altre persone, sviluppare un senso di sfiducia nelle relazioni e non sapere regolare e gestire le forti emozioni e gli alti livelli di eccitazione. I bambini traumatizzati hanno difficoltà a sviluppare un senso positivo di sé. Possono sentirsi danneggiati, impotenti, vergognosi e/o non amabili. Spesso è più facile per i bambini incolpare sé stessi per le cose brutte che accadono, piuttosto che incolpare gli altri. Nel tempo, i possono sviluppare la convinzione che ci sia qualcosa di sbagliato in loro.

Il lavoro con le emozioni

Le emozioni hanno un’importanza straordinaria nella vita umana. Sono la bussola che ci guida nel riconoscimento dei nostri bisogni e delle nostre scelte fondamentali, sono i cartelli segnaletici della via che percorriamo e che potremmo percorrere. I bambini traumatizzati e/o con disturbi dell’attaccamento possono essere disregolati emotivamente o diventarlo. Per questi bambini quindi è importante un lavoro espressivo e di riconoscimento delle emozioni attraverso interventi psicoeducativi specifici diretti al bambino e alla famiglia accogliente. E’ importante che la famiglia sia consapevole dell’importanza di poter esprimere tutte le emozioni e delle implicazioni psicologiche qualora alcune di esse siano represse o nascoste.

Il percorso di supervisione e di affiancamento all’affido ha quindi l’obiettivo di poter leggere i comportamenti del bambino, osservare e accompagnare le emozioni rispetto anche al succedersi degli eventi, identificare con quali emozioni il bambino è in difficoltà: “Qual è l’emozione che proprio non ti piace?” e, di pari importanza, identificare con quali emozioni i genitori sono in difficoltà.

Attraverso un lavoro simbolico ed espressivo è importante fornire ai genitori e ai bambini modalità giocose in cui possono sentire l’emozione ed esprimerla. Il riconoscimento dell’emozione può avvenire utilizzando il corpo e tecniche di rilassamento, rappresentando gli animali oppure attraverso il disegno di quello che li spaventa inserendo elementi che potrebbero rassicurarli ad esempio se disegnano la rabbia possiamo lavorare affinchè vengano inseriti anche elementi di calma. E così via.

Molto spesso alla fine di questo tipo di percorso al bambino rimane un libricino illustrato sulle emozioni creato dal bambino stesso, utile anche ai genitori affidatari per aiutarlo ad esprimerle e a gestirle.

Dott.ssa Viviana Azzarone, Psicologa Kairòs

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