HOME VISITING: UN IMPORTANTE STRUMENTO DI SOSTEGNO PER FAMIGLIE FRAGILI E PREVENZIONE DELLA VIOLENZA

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La nascita di un bambino è un evento carico di significati e forti emozioni, portatore di grandi cambiamenti e nuovi equilibri affettivi e relazionali nella famiglia. Tali cambiamenti possono essere impegnativi da gestire quando i genitori presentano una fragilità psichica, relazionale o socio-economica, oppure hanno vissuto esperienze sfavorevoli infantili, o ancora attraversano difficoltà  come lutti, malattie, perdita del lavoro, una recente migrazione.

L’intreccio di fattori di rischio e di elementi protettivi, sia a livello individuale che relazionale e di contesto, può in diversa misura condizionare l’instaurarsi del legame tra il bambino e chi si occupa di lui, favorendo o ostacolando un buon attaccamento, una crescita equilibrata e un’adeguata capacità di regolazione emozionale.

Sostenere le famiglie nei primissimi mesi di vita del bambino, se non anche durante gli ultimi mesi della gravidanza, significa accompagnare la relazione tra mamma, papà e bambino intercettando dubbi, fragilità e difficoltà più o meno significative, invertendo a volte una china pericolosa per una sana crescita fisica, psicoaffettiva e relazionale del piccolo. Il maladattamento della relazione tra la mamma (o la coppia di genitori) e il bambino può infatti portare a trascuratezza, maltrattamento e abuso.

Un intervento domiciliare gestito da operatrici formate, supervisionate e sostenute da un’équipe (home visiting) si rivela essere uno strumento efficace per sostenere, nel periodo perinatale, famiglie fragili o a rischio di maltrattamento. Nel documento del 2006 “Preventing child maltreatment: a guide to taking action and generating evidence” l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) segnala una riduzione del 40% nel maltrattamento su minori perpetrato da genitori o familiari che partecipano a programmi di home visiting. Questi programmi sembrano essere utili anche nella prevenzione della violenza giovanile.

Le operatrici che realizzano un intervento di sostegno domiciliare (home visiting) in genere entrano in contatto con le famiglie attraverso i servizi pubblici e privati del territorio e stabiliscono con esse una specie di patto di fiducia, che regola in modo trasparente la relazione di aiuto.

Entrare e stare in una casa in cui è appena nato un bambino richiede delicatezza, preparazione e capacità di sospendere, almeno inizialmente, giudizio e azione: significa osservare, abbracciando con lo sguardo mamma e bambino, ma anche grandi e piccoli, perché la famiglia comprende anche il papà, eventuali fratellini, nonni o zii; significa entrare in relazione con la mamma senza sostituirsi a lei né farla sentire inadeguata, tenendola nella mente affinché lei possa tenere nella mente il suo bambino; significa accompagnare i genitori attraverso il disordine, la frustrazione, la novità, ma anche attraverso le difficoltà concrete che possono presentarsi nella vita della famiglia. Lavorare in casa significa infine anche avere le competenze per individuare eventuali situazioni che davvero possano mettere a rischio il bambino, controllando le emozioni di ansia e preoccupazione e valutando attentamente se è il caso di intervenire diversamente.

L’intervento di home visiting dovrebbe durare almeno 6 mesi, ma deve avere comunque una durata che garantisca una conquistata autonomia del nucleo familiare, sia rispetto alle proprie risorse interne, sia rispetto alla conoscenza di quanto il territorio circostante e le reti amicali e familiari offrano in termini di sostegno e aiuto. Lo sviluppo delle risorse personali e familiari e la co-costruzione di un progetto di sostegno che consenta una buona atmosfera familiare si declinano in modalità molto diverse, a seconda delle caratteristiche e della storia della famiglia. A questo proposito sembra molto importante sottolineare come l’intervento a domicilio con famiglie straniere richieda una buona capacità di decentramento culturale e, laddove possibile, la collaborazione di mediatrici linguistico-culturali che possano fare da ponte tra la cultura di origine e la cultura di accoglienza delle famiglie.

La presenza di un’operatrice nella casa della famiglia comporta un’assenza di setting e un lavoro solitario che deve essere sostenuto da un’équipe e da un’opportuna supervisione clinica, che aiutino a mantenere la rotta del singolo progetto familiare e a dare senso e contenimento a quanto avviene nella casa e nella relazione mamma/bambino e mamma/operatrice/bambino.

Questo tipo di intervento di prevenzione incarna in modo esemplare i valori e le caratteristiche del progetto INVIOLABILI: da una parte un ascolto attento dei bambini, che possa consentire agli adulti di individuare anche eventuali segnali di maltrattamento e abuso; dall’altra l’accompagnamento dei genitori affinché siano in grado di prendersi cura del proprio bambino, consentendogli una crescita sana sia dal punto di vista fisico che psicoaffettivo.

(Francesca Imbimbo, pedagogista)

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