L’educatore: un viaggiatore nell’umano e per questo viaggiatore nella speranza

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Il contrasto alla povertà educativa inizia quando noi educatori ci mettiamo in viaggio, lasciando le “sponde sicure” quello che sappiamo per scoprire quello che per noi è difficile comprendere sui ragazzi, sulle ragazze e le loro famiglie che stanno “facendo fatica”. Riusciremo a fare azioni di contrasto alla povertà educativa efficaci quando noi adulti operanti in vari contesti (scuola, enti locali, comitati genitori, volontari di associazioni, educatori professionali delle cooperative sociali, allenatori sportivi, … ) ci contamineremo reciprocamente per creare una Comunità Educante in grado di sostenete quotidianamente i ragazzi più fragili.

Il workshop Il cuore di Chisciotte: viaggianti per lo sviluppo di Hope Skills “competenze di speranza” ha aperto il progetto S-Carpe Diem – Cogli l’ottimo promosso dalla Fondazione con i Bambini nel territorio di Montebelluna e Valdobbiadene, un progetto che per i prossimi due anni sperimenterà e concretizzerà molte azioni a contrasto della povertà educativa di ragazzi e ragazze dagli 11 ai 17 anni. E queste azioni saranno co-progettate tra la Cooperativa Sociale Kirikù, l’Istituto comprensivo 1 e 2 di Montebelluna, l’Istituto Comprensivo di Valdobbiadene, l’Istituto Superiore Einaudi Scarpa, le Amministrazioni Comunali di Montebelluna e Valdobbiadene e il mondo del volontariato.

Si potrebbe pensare “Ma cosa c’entra Chisciotte? Quel pazzo che combatteva contro i mulini a vento cosa c’entra con una formazione per noi educatori?” Devo essere sincera: l’ho pensato anche io!

E invece … questo workshop mi ha sorpreso è rigenerato. Nel nostro lavoro quotidiano di esperti di educazione abbiamo sempre più necessità di momenti formativi per scoprire visioni nuove e riflettere sul nostro lavoro come un viaggio mai finito!

Con altri 40 “viaggiatori”, fra cui educatori di altre cooperative, assistenti sociali ed insegnanti, ho intrapreso un viaggio di 8 ore che mi ha portato a ripensare il mio modo di essere educatrice e coordinatrice (ma anche moglie, madre, figlia, amica).

Siamo stati accompagnati dalla Dott.ssa Antonia Chiara Scardicchio che, prendendoci per mano, ci ha fatto vedere un reale diverso, misterioso e meraviglioso. E a quante cose ho pensato…

Ho riflettuto sulla situazione attuale (economica, sociale, politica e comunicativa) e su quanto oggi come non mai si stia perdendo la speranza. Oggi si parla di crisi di Speranza. Se colleghiamo il termine di Speranza con il termine di Illusione allora sì, l’abbiamo persa e forse questo non ci preoccupa più di tanto. Ma se colleghiamo il termine Speranza con il termine Futuro allora la questione cambia, e di molto! E mi sento preoccupata! Crisi della Speranza significa Crisi di Futuro. Allora come educatrice (e come madre) si accende la campanella d’allarme: cosa sta succedendo? Cosa sto facendo o non facendo per garantire Futuro ai minori e alle famiglie che incontro e ai miei figli?

Ho riflettuto sul significato della Speranza, grazie anche ai contributi della formatrice su studi delle neuroscienze e non solo, i quali ci confermano che la Speranza è una competenza scientificamente provata. Nella nostra cultura (e nei dizionari italiani) il termine Speranza è declinato come Attesa, uno stato d’animo di fiduciosa attesa affinché qualcosa di futuro avvenga e cambi il nostro futuro. Attendiamo cambiamenti che sono esterni da noi… … E attendiamo… E attendiamo… Finché l’attesa diventa rassegnazione perché non avviene nulla!

Eppure nella cultura anglosassone (e nei dizionari inglesi) il termine Speranza ha un significato diverso. Significa autopercezione di riuscire a trovare dei possibili modi affinché quello che desideriamo accada. Significa riconoscersi competenti al possibile. Significa che ci sono possibilità che in questo momento non vediamo ma che, se cerchiamo, possiamo trovare.

Che risvolti ha questo nella mia professione e nella mia persona?

Come educatori noi siamo dentro a storie di famiglie e ragazzi complesse e dolorose in cui coesistono strazio e meraviglia, strazio come perdita di speranza e meraviglia come recupero della speranza. E questa coesistenza c’è in tutte le vite, non solo nelle famiglie e nei ragazzi in svantaggio. Ci siamo tutti dentro!

Ma come trasformare la speranza da attesa a competenza? Ecco la grande sfida di noi educatori: apprendere e condividere una competenza cruciale nelle relazioni: il DECENTRAMENTO. Imparare a leggere la realtà e le situazioni da più punti di vista, ascoltare altre voci oltre la nostra, accogliere altri sguardi.

Perché la realtà “è fatta” da come noi la guardiamo. Ognuno di noi, ogni persona che incontriamo costituisce la realtà secondo le proprie immagini e pregiudizi (dare significati prima di conoscere). In base alla nostra vita e alle nostre competenze conosciamo cose diverse. La relazione di aiuto diventa quindi una danza meravigliosa, sempre nuova, arricchente per me e per l’altro. Questa meraviglia avviene solo se non sostituiamo la loro narrazione della realtà con la nostra narrazione di realtà.

La sfida educativa nella relazione di aiuto diventa quindi aiutarsi a vicenda a decentrarsi, ad aprire letture diverse, anche con il rischio di essere rifiutati. Dobbiamo migliorare il nostro stare dentro le rigidità dell’altro (rigidità emotive e cognitive), imparando a raccontare all’altro ciò che gli sta succedendo (con i vincoli e le difficoltà reali) senza scivolare nei nostri schemi e rigidità. Perché questo si lega con la speranza? Perché questa modalità di incontro significa mantenere il possibile di fronte ai vincoli, far vedere cose che gli occhi non vedono, soprattutto quando c’è paura e dolore.

Per noi è importante sottolineare che i nostri progetti sono personalizzati. Ma cosa significa? Significa che ogni giorno tentiamo di usare una progettazione educativa che è creativa, plastica. Costruiamo progetti contemporaneamente vincolati e liberi, usando la nostra capacità di ri-narrarare il dolore. E stando dentro a questa meraviglia dell’umano, continuare a chiederci come professionisti: che altro possono vedere che non ho ancora visto dentro a questa storia e persona? Cos’altro posso imparare ancora?

Ed è la Resilienza: il cuore che muove il nostro lavoro con l’altro. La Resilienza non è capacità di resistere agli urti e alle difficoltà della vita; corrisponde alla capacità umana di affrontare le avversità della vita, superandole e uscendone rinforzato o, addirittura, trasformato. Una grande sfida quella di trasformare il vincolo (esclusione sociale, povertà educativa, un lutto, la solitudine) in nuovo apprendimento! E la Speranza diventa irrinunciabile. Perché la speranza non coincide con l’attesa, ma con il senso di possibilità, la ricerca di quel qualcosa su cui io posso incidere.

Noi educatori di Kirikù siamo ben consapevoli che S-Carpe Diem – Cogli l’ottimo ci metterà di fronte sfide difficili ma appassionanti, volti di ragazzi e di genitori che cercano appoggio, percorsi mai sperimentati prima. Ma crediamo fortemente nella rete che stiamo costruendo. Grazie a dirigenti, docenti, assistenti sociali, genitori, supervisori, volontari stiamo avviando molte azioni: laboratori di prevenzione al bullismo all’interno degli istituti comprensivi; percorsi di esperienze di cittadinanza per studenti sospesi e a rischio di abbandono scolastico; incontri formativi per genitori sull’orientamento scolastico per dare loro e ai propri figli bussole per orientarsi nel passaggio dalla scuola media alla scuola superiora; educazione nomade con educatori che incontrano ragazzi e ragazze nei loro luoghi di incontro; collaborazione con agenzie educative attive gestite da volontari trasformano in presidi educativi i contesti quotidiani di vita dei ragazzi; rivitalizzazione con l’aiuto di ragazzi e famiglie di spazi che sono beni comuni e collettivi creando Bellezza e cittadinanza.

Dott.ssa Federica Tedesco

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