Le interviste di #LiberailFuturo alla società civile: parliamo con Paola Sarcina

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L’intervista di questa settimana è con Paola Sarcina. Per motivi di natura tecnica non è stato possibile realizzare un’intervista in video.
Tuttavia i contenuti del colloquio sono davvero molto interessanti e vale spendere qualche minuto per leggere domande e risposte.

Chi è Paola Sarcina?

Paola Sarcina è founder e Presidente della Music Theatre International, direttore del festival Cerealia e operatrice culturale per lo spettacolo dal vivo e della cultura nazionale e internazionale.

L’intervista

Stefano Bernardini: “Paola come ci siamo detti, stiamo facendo delle interviste alla società civile per avere una visione diversa di quello che è il contrasto alla povertà educativa e per fare un’analisi rispetto a tutto quello che è successo nel 2020 e in questo 2021 a causa del covid-19. Volevamo anche una visione di chi lavora nel mondo della cultura, dello spettacolo e soprattutto di quali conseguenze poi possono esserci nei confronti dei giovani, dei ragazzi ai quali #Liberailfuturo si rivolge. Quindi ti farei delle domande e se ci darai delle risposte ci farai felici”.

Paola Sarcina: “Farò del mio meglio. Spero che le mie risposte siano pertinenti ed efficaci”

Stefano Bernardini: “Sicuramente Paola. Grazie. Allora, la pandemia ci ha imposto il distanziamento sociale a favore di relazioni sempre più virtuali. I momenti di incontro e di scoperta come musei, eventi in cui fruire della cultura sono stati completamenti annullati a fronte di un’accelerazione dei processi di digitalizzazione che hanno investito non solo il mondo del lavoro. Anche nel settore artistico e culturale abbiamo assistito a questa moltitudine di contenuti veicolati in formato digitale. Pensi che attraverso questa nuova modalità il mondo della cultura sia riuscito a “entrare nel cuore” dei nativi digitali? Questa sorta di lancio in rete di “contenuti culturali digitali” potrebbe diventare un’opportunità per le nuove generazioni, anche se di diversa estrazione sociale? Cioè la cultura a portata di web, a portata di social, a portata dei giovani anche di differente estrazione sociale. Oppure solo chi può avere a disposizione device e connessioni ottimali potrà goderne appieno, così da allargare ancora di più le distanze sociali?”

Paola Sarcina: “Allora, quante sono? Otto domande? Allora, sì secondo me la pandemia non ha fatto che far emergere e accelerare un processo che riguarda la formazione e la fruizione culturale che probabilmente sarebbe comunque venuto fuori proprio perché ci stiamo relazionando con i nativi digitali e già i consumi culturali delle ultime e ultimissime generazioni sono molto spostati rispetto ai media, rispetto a cui noi e le generazioni dei nostri genitori eravamo abituati. Come diversa generazione noi, per esempio eravamo abituati al teatro e, spesso, coinvolgendo i giovani in quest’arte, anche a livello organizzativo è emerso che loro la televisione non la guardano più, molti giovani al di sotto dei 25 anni non utilizzano nemmeno più Facebook. Ci sono altri media giovani, altri social network che si stanno diffondendo in modo velocissimo. La pandemia ha creato un distanziamento fisico, a me non piace utilizzare il termine distanziamento sociale perché spero sia solo un distanziamento fisico, che ci ha costretto per lunghi periodi nel 2020, e anche nel 2021, a spostare molte delle attività e la pratica lavorativa da remoto. La questione eventi culturali da remoto ha ampiamente accelerato questo processo della conversione digitale dei contenuti e delle attività culturali. È chiaro che la maggior parte del sistema ha dovuto fare un adattamento in corsa perché non credo che in Italia il sistema culturale nel senso più ampio, fosse pronto a questa accelerazione. Anche se tutti erano già dotati di una serie di modalità di fruizione mista, o comunque cominciavano a dotarsi di nuove tecnologie, come valorizzazione anche dei contenuti o come contributo ulteriore della fruizione dei contenuti, pensando ai nativi digitali. Questo ha avuto un’accelerazione che però ora, secondo me, non ci può permettere di avere dei dati concreti, una visione approfondita su come questa nuova modalità di fruizione dei contenuti sia percepita dalle giovanissime generazioni. Non so se qualcuno ha già cominciato a raccogliere dati. Da quello che ho potuto percepire e confrontandomi con altri colleghi a livello nazionale e internazionale, io adesso sto seguendo un progetto europeo sperimentale, gli altri paesi lavoravano molto nella produzione di contenuti culturali digitali e hanno sperimentato per mantenersi vivi e non perdere il contatto con il loro pubblico già esistente o anche per capire come questo poteva portare al raggiungimento di nuovi pubblici. Il discorso però, secondo me non può essere fatto in maniera orizzontale perché ci sono poi generi culturali che si adattano di più, altri di meno, linguaggi più facili da adattare quindi non vorrei dare una risposta univoca, però è chiaro che da questo momento non si torna più indietro, nel senso che comunque, come quando torneremo ad uscire dalla pandemia molti dicono che non si tornerà a lavorare tutti in presenza e la modalità in remoto verrà applicata anche per diverse tipologie di lavoro. Secondo me la cultura continuerà ad avere questa modalità perché ci sono pubblici che possono essere raggiunti anche attraverso gli strumenti digitali. Il problema secondo me è che ci saranno dei gap perché il nostro paese non ha una connessione così diffusa, pensiamo anche ai luoghi montani, distanti. Questi territori dovranno avere la possibilità di permettere a tutti i giovani di avere una connettività digitale senza perdere la fisicità, questo è importante perché l’esperienza della cultura, dello spettacolo dal vivo è fondamentale per la qualità della vita delle persone. Io spero che non diventeremo troppo digitali ma utilizzeremo questi strumenti in maniera intelligente”.

Stefano Bernardini: “Pensi che le giovani, le giovanissime generazioni, i ragazzi che hanno dagli 11 ai 14 anni, attraverso i social, attraverso questi nuovi canali possono avvicinarsi alla cultura oppure comunque i diversi status sociali delle famiglie non consentono loro di usufruire di contenuti tramite i diversi “device?”

Paola Sarcina: “Beh, oggi quasi tutti i ragazzi hanno lo smartphone, magari un giovane non ha un computer ma sicuramente ha uno smartphone e permette loro di comunicare e di condividere i contenuti e produrre altri contenuti. Bisogna, soprattutto noi operatori, imparare a capire che contenuti cercano i giovani e come comunicarli in modo comprensibile, serve capire cosa colpire e soprattutto come trasmettere messaggi forti. C’è stato un servizio di Report, uscito proprio lo scorso lunedì, proprio sul fatto che una delle industrie che ha maggiormente beneficiato economicamente dal lockdown è stata l’industria dei videogiochi. Il videogioco però può essere anche uno strumento per divulgare cultura, se costruito in maniera intelligente. C’è però quella nicchia commerciale che vede molto nei videogiochi le tecniche del game simili a quelle del gioco d’azzardo che crea dipendenza e quindi questi non vengono visti come uno strumento per formare ma vanno a creare una vera e propria dipendenza. È un terreno rischioso quindi, molto scivoloso secondo me“.

Stefano Bernardini: “Pensi che l’emergenza sanitaria da covid-19 abbia modificato il rapporto dei ragazzi con l’arte? In che modo? Come pensi cambierà, se cambierà, la fruizione dell’arte e della cultura post pandemia?”

Paola Sarcina: “Secondo me se parliamo di arte, le cosiddette “fine art”, l’arte definita come patrimonio culturale, secondo me forse, soprattutto nel settore museale, alcuni musei italiani hanno investito molto in questo periodo del covid per trovare formule per veicolare l’arte approfittando per rinnovare, molto di più rispetto al mondo dello spettacolo. Leggevo proprio l’altro giorno che il museo degli Uffizi, che ha un social media manager giovane, ha avuto numeri altissimi di fruizione da parte dei giovani. Quindi l’arte museale ha potuto approfittare di quest’opportunità. Oggi, grazie alle diverse tecnologie, ci sono delle cose dal punto di vista della fruizione che permettono un engagement dei giovani molto alto. Quindi, dal mio punto di vista, oggi avviene molto di più questo, anche dal punto di vista del pubblico, creare un interesse che porti poi ad andare poi fisicamente a vedere le opere”.

Stefano Bernardini: “L’arte ha sempre rappresentato un mezzo di espressione per interpretare la realtà. Può l’arte, anche in una situazione di emergenza come questa, insegnare ai ragazzi a superare le difficoltà facendo scoprire loro le opportunità che ci sono oltre la situazione che stiamo vivendo”

Paola Sarcina: “Ci riferiamo all’arte come forma di fruizione o come forma di espressione?”.

Stefano Bernardini: “Io penso come forma di espressione”

Paola Sarcina: “Secondo me si, naturalmente dipende anche dalle forme d’arte. Però ci sono linguaggi artistici che oggi dono diventati molto comuni per noi, pensiamo alla Street art che lancia messaggi di valore artistico e creativo. L’arte è sempre stata in qualche modo provocatrice e gli artisti hanno anche una capacità orizzontale. Offrire alle giovani esperienze creative in cui possono sviluppare abilità di analisi e sviluppare le proprie qualità interiori.”

Stefano Bernardini: “Entriamo un po’ più nel dettaglio del progetto #Liberailfuturo e di contrasto alla povertà educativa. Secondo qual è stato, qual è oggi e quale sarà l’impatto emotivo diretto della didattica a distanza sui bambini e sui ragazzi? Inoltre, riguardo la didattica a distanza, quali pensi siano gli aspetti positivi e quali le criticità?”

Paola Sarcina: “Allora, questa è una domanda a cui fatico un po’ a rispondere perché io non ho bambini, non insegno e ho una percezione diversa. Posso solo trasmettere cose che ho visto da colleghi o che ho letto. Sicuramente, da quello che ho percepito, ci sono stati molti insegnanti che sono riusciti a gestire questa cosa con gli strumenti adeguati. Poi ho sentito che anche i ragazzi avevano voglia di tornare in classe perché poi, l’obiettivo della scuola non è tanto quello del video e del trasmettere la lezione, i giovani hanno già problemi di attenzione e in video l’attenzione cala ancora di più. Quindi, oltre le situazioni di “fuga” dove non si seguivano le lezioni, si faceva altro. Secondo me un percorso formativo dove il giovane ha bisogno di una formazione adeguata anche per la creazione della propria identità.”

Stefano Bernardini: “Come evidenziato dall’impresa Con i Bambini, che contribuisce al progetto #Liberailfuturo, la povertà educativa spesso priva bambini e ragazzi di opportunità, istruzione, internet. In questo modo, a causa della povertà educativa e della povertà economica il potenziale di molti giovani non emerge. Secondo te, quali sono le azioni che andrebbero poste in atto per contrastare questo fenomeno e, soprattutto, come possono contribuire la cultura e l’arte per sanare questa diversità, questo isolamento tipico per coloro che non possono accedere ai diversi benefit disponibili rispetto agli altri con diversa estrazione sociale?”

Paola Sarcina: “In realtà queste sono domande che non dovremmo fare ad un operatore culturale, ma a chi amministra le politiche a livello locale perché se non vengono messi a disposizione servizi di base a tutti non abbiamo lo stesso start alla partenza. A quel punto, a parità di servizi si può capire chi ha il potenziale individuale e se scegliere un percorso piuttosto che un altro. I servizi però non li può dare un operatore culturale, i servizi li deve dare l’istruzione pubblica. Ad esempio, io abito nell’estrema periferia di Roma e li c’è una biblioteca comunale che ha aperto nel 2017 ed è stato aperto un parco pubblico qualche anno prima per promuovere attività culturali di quartiere dopo oltre vent’anni di lotte partite dal basso. Questa biblioteca è l’unico polo culturale e con il covid è stata chiusa, quindi se nel quartiere non ci sono cinema, non ci sono teatri, non ci sono spazi culturali oppure se l’operatore è attivo ma poi arriva la burocrazia a dire “questo non lo puoi fare” il terzo settore non può operare. Ma questo non è solo in Italia, parlando con altri colleghi europei è emerso che i maggior problemi sono: l’accesso alle risorse economiche, la possibilità di avere dei figli e la burocrazia. Su questo noi dobbiamo spingere a fare “opinione”, ad attivare la comunità e chi fa politica, chi ragiona sulle politiche.”

Stefano Bernardini: “Bene, grazie Paola di essere stata qui da noi a #Liberailfuturo e ci diamo appuntamento a #Intransito, un progetto che stai portando alla stazione Tiburtina dal 18 al 23 maggio. Vuoi dirci qualcosa al riguardo?”

Paola Sarcina: “Si, questo è un bell’esperimento perché porteremo delle attività culturali all’interno di una stazione ferroviaria e penso che sia una sfida. Noi che lavoriamo nella cultura siamo spesso anche visionari, no? Con il direttore artistico, Tomaso Thellung, diciamo spesso che se non avessimo una visione non avremmo la spinta di superare le sfide. Però non è facile fare attività culturali in una stazione ferroviaria secondo me, ci sono tanti problemi. Speriamo quindi che quest’esperimento ci lasci delle tracce.”

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