A SCUOLA IM-PARI L’EQUITÀ

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Cosa vuol dire la parola “genere” e che differenza c’è con il “sesso biologico”? Esistono “cose da maschi” e “cose da femmine” o si tratta soltanto di stereotipi? Le bambine possono giocare a calcio e i bambini possono giocare con le bambole? La matematica può essere la materia preferita dalle ragazze? Perché una donna che dirige un’orchestra non vuole farsi chiamare “direttrice”?

Queste e altre domande hanno rappresentato gli stimoli proposti alle 90 studentesse e ai 100 studenti di otto classi della scuola secondaria di primo grado del Convitto Nazionale di Cagliari (1^A, 2^A, 3^A, 2^B, 1^C, 2^D, 3^D e 2^E), coinvolti/e per due mesi nel laboratorio “A scuola im-pari l’equità”, all’interno del progetto “Piccoli che Valgono! Metodologie innovative per imparare a riconoscersi nella comunità”.

Il laboratorio è stato progettato e realizzato dalla psicologa Dott.ssa Daniela Putzu, coordinato dalla Dott.ssa Patrizia Accossu, referente della Cooperativa Sociale Cellarius (antenna locale del progetto), e supervisionato dalla Prof.ssa Cristina Ledda, referente della scuola.

Il laboratorio, pensato in linea con l’obiettivo 5 dell’Agenda 2030 (ONU, 2015), ha inteso promuovere a scuola le tematiche relative ai generi e all’equità di genere, al fine di favorire un cambiamento sociale nelle nuove generazioni. In particolare, attraverso l’educazione alle differenze di genere, l’educazione dell’identità come desiderio e l’analisi degli stereotipi di genere e del sessismo nel linguaggio e nei media, si è inteso favorire l’inclusione delle diversità per combattere ogni forma di discriminazione, promuovere la formazione dell’identità più libera e autentica secondo i propri desideri, sviluppare una visione critica rispetto ai generi nelle attività della vita quotidiana e incrementare la capacità di autoriflessività e di autoconsapevolezza. Lavorare sugli stereotipi di genere non significa annullare le diversità di genere fino ad appiattirle e rendere identiche tutte le persone, ma significa piuttosto partire dal presupposto che non esistono qualità maschili o femminili ma solo qualità umane, indipendenti dall’appartenenza biologica (Burr, 1998). Questo significa anche gettare le basi per un’educazione alle diversità che può portare le nuove generazioni alla valorizzazione delle differenze individuali e quindi all’integrazione di tutti i tipi di diversità, superando le molteplici forme di discriminazioni ed evitando che un giorno le disuguaglianze di genere diventino disuguaglianze sociali nella formazione, nel lavoro retribuito e nella vita privata.

Il percorso ha visto i ragazzi e le ragazze attivamente coinvolti/e in quattro incontri di due ore, per un totale di otto ore per classe.

Durante il primo incontro, attraverso un’attività di brainstorming sono stati analizzati gli stereotipi e i pregiudizi associati al maschile e al femminile. Il confronto in gruppo ha messo in evidenza come studentesse e studenti abbiano una visione fortemente orientata alla decostruzione degli stereotipi, al rispetto di ogni forma di diversità e all’inclusione sociale. Così anche tematiche formalmente non previste dal progetto sono state spontaneamente portate in risalto dalle classi. In particolare, si è manifestato specifico interesse verso temi relativi alle identità di genere e ai diversi orientamenti sessuali.

Durante il secondo incontro, partendo dalle interviste fatte dai ragazzi e dalle ragazze alle proprie famiglie, si è riflettuto su come spesso le associazioni tra generi e colori, giocattoli e sport, ma anche scelte scolastiche e lavorative, siano influenzate dagli stereotipi e sul fatto che distinguere le “cose da maschi” dalle “cose da femmine” possa dare luogo a vere e proprie discriminazioni a scuola, a lavoro e nella vita privata. L’emozione è cresciuta in classe, dopo la visione del filmato di “Fanpage.it” che propone quella che potrebbe apparire una semplice gara di corsa se non fosse che poco prima della partenza le persone siano state “riposizionate” in base a caratteristiche fisiche, luoghi comuni e discriminazioni che riguardano principalmente le donne. Sebbene tutto ciò non abbia nulla a che vedere con questioni di merito, i personaggi maschili sono partiti molto avvantaggiati rispetto ai personaggi femminili. Alla fine della visione un ragazzo del secondo anno ha commentato un po’ deluso “Credevo che alla fine quegli uomini si sarebbero spostati vicini alle donne”, così una sua compagna di classe esclama “Potremmo cambiare noi il finale!”. È positivo vedere come l’amarezza generata da una tale costatazione abbia subito lasciato il posto al desiderio di dare vita al cambiamento sociale.

Il terzo incontro si è focalizzato sul linguaggio e sulle parole che adottiamo per rappresentare il mondo sociale e per condividere i nostri significati dei generi. La lingua italiana non è sessista, ovvero favorevole alla discriminazione sessuale, ma è una lingua sessuata, che cioè presenta la distinzione del genere grammaticale in maschile e femminile (Sabatini, 1987). Per questo motivo è importante rispettare le differenze di genere anche nel linguaggio, non neutralizzandole con un linguaggio che solo in apparenza è neutro (Irigaray, 1994; Robustelli, 2010), ma per esempio anche attraverso semplici frasi come “Buongiorno studenti e studentesse”.

Durante l’incontro, alunni/e hanno anche assistito alla proiezione del monologo di Paola Cortellesi “La lingua italiana è maschilista”, scritto da Stefano Bartezzaghi, giornalista e semiologo, e successivamente hanno intrapreso una discussione guidata sulla violenza delle parole e su quanto le parole possano discriminare le donne e ridurne il ruolo.

Infine, nell’ultimo incontro i ragazzi e le ragazze, suddivisi in piccoli gruppi, hanno prodotto dei lapbook, libri pieghevoli, dove hanno scelto di riportare quanto imparato, discusso, analizzato nei tre incontri programmati.

I lavori prodotti sono la testimonianza dell’entusiasmo, della creatività ma soprattutto della capacità di riconoscere nelle diversità di ogni persona la vera ricchezza della nostra società. “Love is love”, “Tutti/e decidono con il proprio pensiero, senza alcun tipo di limitazione”, “A fianco a un grande uomo c’è sempre una grande donna”, “Noi andiamo oltre gli stereotipi. Tutti e tutte possiamo vestirci, giocare e fare le cose che ci piacciono”, “Tutti/e sono liberi/e di mostrarsi per quello che sono”, sono solo alcune delle frasi riportate nei loro lavori.

È stato un percorso lungo e impegnativo che ha visto crescere l’impegno di tutti/e, ma ciò che ha emozionato maggiormente sono state l’attenzione, la curiosità e soprattutto la grande apertura verso temi che generano ancora oggi tante resistenze nel mondo adulto, ma che sono fondamentali nella crescita di ogni persona. I nostri “piccoli che valgono” hanno mostrato chiaramente il proprio desiderio di parlare e di confrontarsi sui temi riguardanti i generi e le identità sessuali. Nostro compito (in quanto parte della comunità educante) è accogliere tali bisogni, saper ascoltare i dubbi e rispondere alle domande senza ipocrisie perché l’educazione ai generi non può arrivare solo dalla tv, da internet o dai social, noi adulti/e siamo modelli e agenti di socializzazione con cui i/le giovani hanno il diritto di confrontarsi.

A conclusione del percorso laboratoriale, al fine di rispondere in modo ancora più inclusivo e personalizzato alle richieste e ai bisogni dei ragazzi e delle ragazze, il Convitto Nazionale di Cagliari e la Cooperativa Sociale Cellarius hanno deciso di avviare uno Sportello di ascolto che durerà fino a maggio 2022, per un totale di 120 ore complessive.

“Piccoli che Valgono!”  è un progetto selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile promosso da Mani Tese  insieme ad altri partner.

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