GLI EDUCATORI? DEVONO ESSERE SEMPRE PIÙ NERD

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L’intervista a Davide Fant, formatore e pedagogista, che ha tenuto una giornata di formazione dedicata alla “Pedagogia Nerd”, per tutte le educatrici e gli educatori dell’Area Adolescenza della Fondazione Exodus di don Mazzi, che seguono i progetti “Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie”, “Pronti, Via!”, “Opportunity” e “Scuola Villaggio”.

La formazione è sì un momento di crescita, ma racconta anche della capacità di mettersi sempre in gioco e trovare risposte sempre nuove: anche gli educatori cambiano, perché cambiano i ragazzi, i loro gusti, i loro linguaggi.

Nell’opinione comune si demonizzano videogiochi, cartoni, serie tv… Ma siamo sicuri che sia la strada giusta? «Dobbiamo guardare con attenzione gli universi culturali degli adolescenti», spiega Davide Fant «La fantascienza, i racconti fantastici, i giochi di ruolo, il mondo del gaming, dell’animazione e del fumetto giapponese, se approcciati in modo esperienziale e critico possono essere grande risorsa di crescita personale e di riflessione sul mondo».

Che cos’è la Pedagogia Nerd?

La pedagogia nerd non è una “nuova pedagogia”, è un invito e una provocazione. É l’invito a guardare con attenzione gli universi culturali degli adolescenti, con un occhio di attenzione per una volta a quelli più introversi, non particolarmente attratti dallo sport, non amanti delle serate nei locali e del ballo, magari neanche interessati alle star della musica.
É la provocazione di dire che la fantascienza, i racconti fantastici, i giochi di ruolo, il mondo del gaming, dell’animazione e del fumetto giapponese, se approcciati in modo esperienziale e critico possono essere grande risorsa di crescita personale e di riflessione sul mondo.
É anche un tributo al lavoro tutti gli educatori e gli insegnanti che su questo fronte da anni portano avanti le proprie sperimentazioni. É particolarmente importante oggi che questi fenomeni culturali sono uno dei pochi riferimenti vitali per molti ragazzi in situazione di ritiro sociale, i famosi hikikomori.

É vero che in ogni persona c’è un nerd?

Viaggiare con la fantasia, avventurarsi con l’immaginazione in mondi paralleli sono elementi caratterizzanti l’infanzia che tutti abbiamo vissuto; quando poi si cresce qualcuno continua ad alimentare questa dimensione, altri la lasciano più sopita, ma è un’esperienza che accomuna tutti.
Chi non ha il proprio personaggio fantastico preferito? Chi non si è perso nel racconto di un viaggio interstellare, di un combattimento con i draghi, chi non ha voluto avere poteri magici? Chi non ha goduto di qualche ora fuori dal tempo immerso nella partita di un gioco da tavolo o di immaginazione, con un piccolo gruppo di persone fidate?
Il nerd si distingue perché la sua passione per tutto questo (anzi, ognuno per la propria area di interesse molto specifica) è fortissima e ne ha una conoscenza enciclopedica. Inteso in questo modo si può essere nerd di musica classica, del basket, della preparazione di torte; nerd significa quindi anche non essere superficiali nell’approcciarsi ai propri interessi, con il rischio di venirne completamente risucchiati…

Quanto è importante per essere educatori riconnettersi ai momenti dell’infanzia?

É fondamentale. L’educatore deve andare alla ricerca del “Puer Ludens” che è dentro ognuno di noi, per usare un concetto caro alla mia amica Francesca Antonacci. Non si tratta di semplice rêverie, vuol dire riattualizzare energie, pratiche, sguardi incantati e iconoclasti che caratterizzano archetipicamente il mondo dell’infanzia, conferirgli uno spazio rilevante nell’età adulta. C’è poco di romantico in tutto ciò, vissuto con radicalità può aprire sentieri insurrezionali.
Quando ci si dà il permesso di scrivere fuori dai quadretti, di colorare di verde ciò che tutti dicono che può essere solo blu, quando ci si prende la libertà di ri-immaginare il finale di una storia che ci hanno sempre raccontato nello stesso modo, possono succedere cose impensate.

In quest’epoca che sembra abbia perso il desiderio di immaginare oltre il mix di spontaneità e immaginazione bambina e progettualità adulta è forse uno dei pochi appigli che ci rimangono. I bambini, inoltre, riescono a creare un gioco a partire da qualsiasi cosa, basta un oggetto trovato per caso per far nascere un’avventura, e l’adulto non se ne capacita.
In un momento difficile come quello che stiamo attraversando, per la pandemia ma anche al di là della pandemia, questa competenza è fondamentale: come possiamo “giocare” col poco che abbiamo per far succedere cose grandi? Come possiamo esercitarci a vedere risorse dove nessuno le vede? Come possiamo esercitarci nell’arte di inventare e raccontare storie nuove in un mondo il cui racconto sembra andato in loop?

Perchè i videogiochi sono sempre mal visti dal mondo dell’educazione?

Credo da una parte perché spesso fanno riferimento ad un immaginario truce e violento, da un’altra perché sono fonte di distrazione e dipendenza.
Per quanto riguarda il primo aspetto, ritengo che questo timore vada fortemente ridimensionato. Il gioco dei bambini e degli adolescenti ha sempre avuto i suoi aspetti violenti, macabri, inquietanti. Si tratta di crescere cercando di abitare anche il lato oscuro, e si tratta di confrontarsi con le proprie paure, di attraversare il buio per cercare la luce (o semplicemente perché la vita è fatta anche di buio e non solo di luce). Quando ero bambino erano i robottoni giapponesi ad essere additati di traviare l’innocenza degli infanti; scoprirò molto più tardi che una delle poche voci che si alzarono a difesa della nostra passione per Mazinga e co. Fu Gianni Rodari, con argomenti simili a quelli su cui stiamo riflettendo a proposito di videogame.

Ovviamente capita che ragazzi con forti problematiche psichiche non distinguano il gioco dalla realtà, ma lì il problema non sono più i videogiochi. Quando notiamo che diventano più aggressivi dopo tante ore passate a giocare davanti allo schermo non è perché hanno sparato ai mostri, ma perché hanno passato tante ore di fronte ad uno strumento che ha sovraeccitato l’organismo, che ha nutrito il cervello con ingenti scosse dopaminiche.

E qui arriviamo alla seconda questione. I videogiochi sono costruiti, studiati per generare dipendenza, per creare una situazione immersiva e di estraniamento tale da perdere il contatto con sè stessi e il mondo attorno. Sta qui una parte importante del loro fascino e allo stesso tempo del loro aspetto più problematico. E’ allora fondamentale che l’adulto contratti con i ragazzi limiti e li aiuti a rispettarli, nella consapevolezza neuroscientifica che, una volta che si viene risucchiati nella “zona della macchina”, come l’antropologa Natasha Dow Schull chiama quello stato di trance indotto da giochi di questo tipo, anche la forza di volontà più allenata cede. Si può giocare sereni allora quando si è certi che c’è una mano dall’esterno pronta ad aiutarci ad uscirne nel momento giusto, che abbiamo concordato insieme.

È possibile invece utilizzarli per farli diventare strumento educativo?

Sul fronte formativo la ricerca evidenzia il valore dei videogiochi nello sviluppare capacità di reazione rapida agli stimoli, di multitasking e di problem solving.
Un altro fronte è il valore di quei giochi che in modo più o meno “educativamente consapevole” affrontano un particolare tema di apprendimento (dalla pandemia, alla difesa dell’ambiente, alle guerre puniche…), in questo modo i ragazzi hanno modo di acquisire informazioni e riflettere su determinati temi, da questioni sociali a eventi storici, divertendosi.
Sul piano più prettamente educativo i videogiochi possono essere uno spazio di incontro, la possibilità della modalità multiplayer è un’occasione importante per costruzione di relazioni, tra pari e con l’adulto. Gli educatori, in particolare quelli che letteralmente “sanno mettersi in gioco”, conoscono bene le potenzialità della mediazione videoludica per creare complicità con i ragazzi, passare momenti sereni insieme a loro che magari diventano l’occasione per dirsi cose importanti, accolte e protette nella leggerezza del gioco.

Questo può avvenire in presenza o a distanza: durante il lockdown ci sono stati educatori che hanno utilizzato, con risultati importanti, il videogioco e il gioco di ruolo on line per costruire spazi di relazione tra ragazzi con problematiche di ansia e fobia sociale.
Gli educatori più creativi, e queste pratiche sono a mio avviso tra le cose più interessanti che si stanno sviluppando in questo campo, propongono ai ragazzi modifiche al regolamento del gioco, agli obiettivi che il software in automatico impone al giocatore, in modo da incidere sulle dinamiche che il setting videoludico va a produrre, rafforzandone, attraverso tali piccoli hack, le potenzialità educative.

La giornata di formazione sulla Pedagogia Nerd tenuta da Davide Fant per tutti gli educatori Exodus che lavorano per i Progetti “Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie” e “Pronti, Via!”, selezionati da Con i Bambini, “Opportunity”, realizzato grazie al “Fondo di Beneficenza ed opere di carattere sociale e culturale di Intesa Sanpaolo” e tutta l’Area delle attività rivolte agli adolescenti per il contrasto alla povertà educativa.

Redazione Exodus

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