Cos’è la povertà educativa?

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Il concetto (e l’espressione) di “povertà educativa” è piuttosto recente: in letteratura fa la sua comparsa negli anni ’90, per poi trovare ampia diffusione nel nuovo secolo. Ma a cosa fa riferimento?

La povertà educativa (minorile) è la condizione in cui un bambino/adolescente si trova privato del diritto all’apprendimento in senso lato rispetto a più dimensioni – opportunità culturali, scolastiche, relazioni sociali, attività formative – che devono essere tenute in relazione tra loro. Il riferimento, dunque, va oltre la scuola ed è maggiormente comprensiva dell’espressione “dispersione scolastica”.

Non abbiamo, per il vero, un dato di povertà educativa minorile. Esso è desunto, non senza qualche approssimazione (per difetto), dal dato dei minori che in Italia, secondo l’Istat (2018), si trova in una condizione di povertà (economica) assoluta, e che è pari al 12,5%. Significa che oltre 1,2 milioni di giovani vive in una famiglia che non può permettersi le spese minime per condurre uno stile di vita accettabile.

C’è dunque, una povertà educativa “minorile”, ma anche una povertà educativa “familiare” e del “contesto”. Fenomeni/ambiti distinti ma interconnessi, intrecciati.

Minori opportunità (più fallimento formativo) sono causa e conseguenza di mancata crescita del minore, di deficit democratico nei meccanismi di mobilità sociale, emarginazione sociale, povertà precoce, minori aspettative di vita…

È indicatore di una deficienza del nostro sistema in termini di equità, e parte integrante della mappa delle diseguaglianze italiane.

Che cosa determina la condizione di povertà educativa dei minori?

Una domanda che, insieme ad altre, Demopolis ha posto a fine 2019 ad un campione di italiani nell’ambito di un’indagine commissionata da “Conibambini”.

Sono fattori riconducibili alla condizione familiare e al contesto territoriale di riferimento ad incidere sommamente sulla condizione di povertà educativa.

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