La violenza assistita, intervista alla psicoterapeuta Petra Filistrucchi socia del CISMAI

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La violenza assistita ovvero ‘l’esperire da parte del bambino/a qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative’ (CISMAI 2005) è un tipo di violenza con cui noi di LeNu, lavorando con i genitori fragili e con le donne vittime di maltrattamento, facciamo i conti tutti i giorni sperimentando quanto sia sottovalutata dai genitori, dagli addetti ai lavori e dalla società.

Secondo l’Indagine sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia (2021), commissionata da AGIA e condotta da CISMAI, nostro partner di progetto, e Terre des Hommes Italia, nel nostro Paese 77.493 bambini e adolescenti sono vittima di maltrattamento. Di questi il 32,4% è vittima di violenza assistita.

Nel 2023 sono ricorsi i venti anni dalla prima definizione, ad opera del CISMAI, di violenza assistita durante i quali sono state approvate normative importanti sul tema che ha iniziato anche ad occupare lo spazio pubblico del dibattito e del confronto. Con la dottoressa Petra Filistrucchi, vice presidente del Centro Antiviolenza Artemisia di Firenze e membro del consiglio direttivo del CISMAI, abbiamo voluto tracciare un punto sull’argomento che ci vede coinvolti in prima persona in quanto operatori di prossimità.

Foto di Centro Antiviolenza Artemisia

Sono trascorsi venti anni dalla prima definizione di violenza assistita in Italia a cura del CISMAI. Che bilancio si può tracciare sul tema?

«Oggi la violenza assistita è conosciuta e riconosciuta come maltrattamento primario nei confronti dei bambini e delle bambine; c’è una grande attenzione e una dichiarata consapevolezza dei danni che derivano, negli anni dello sviluppo, dall’assistere alla violenza maschile sulla propria madre, eppure, nella nostra esperienza quotidiana al fianco di bambini e bambine che con le loro madri escono da situazioni di violenza, ricorre una ripetuta inadeguatezza del sistema nel rispondere con interventi adeguati di rilevazione, valutazione del rischio, protezione, valutazione e cura. I requisiti minimi descritti nel documento CISMAI del 2005, aggiornati nel 2017, mantengono ancora oggi la forma di obiettivi ideali.

Di qui, accade che ancora con troppa frequenza le piccole vittime, spesso con le loro madri, sperimentano sofferenze ulteriori causate da un atteggiamento di insufficiente attenzione, o di negligenza da parte del sistema della giustizia o dei servizi in generale’. 

Sono rivittimizzate da un sistema troppo spesso incapace di rilevare la violenza, nell’ostinata abitudine di confonderla con il conflitto, incapace di comprensione e di ascolto soprattutto verso i bambini, e prigioniero di una eccessiva standardizzazione degli interventi.

Eppure ci sono stati molti passi in avanti sul tema della violenza assistita, basti pensare, tra i tanti, alla relazione “sulla vittimizzazione secondaria delle donne che subiscono violenza e dei loro figli nei procedimenti che disciplinano l’affidamento e la responsabilità genitoriale”, approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio o il prezioso lavoro del Grevio [gruppo di studio indipendente previsto dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne, ndr]».

In quale contesto nasce la violenza assistita e qual è il suo terreno di coltura? 

«Partiamo dal condividere che: la violenza assistita è una violenza diretta (ne ha gli stessi effetti), assistere alla violenza domestica rappresenta per i minorenni coinvolti un trauma dello sviluppo, la violenza assistita è determinata da un comportamento attivo di chi agisce violenza (non è solo un effetto collaterale della violenza verso la madre). E diciamoci che premessa della sua rilevazione è il riconoscimento proprio della violenza sulla madre.

La radice è quella della violenza maschile, manifestazione dello squilibrio tra generi e strumento di potere e controllo degli uomini sulle donne. Non è un fatto privato, ma il prodotto di una cultura patriarcale e adultocentrica che sostiene e giustifica la violenza e colpevolizza la vittima perché non ha denunciato, perché non ha rotto il silenzio. Pensiamo a come nelle conversazioni sui fatti di cronaca scatti la giustificazione verso di chi ha agito violenza o la ricerca di una patologia o devianza individuale, il dubbio sulla credibilità, l’idea di un concorso di colpa, di una provocazione».

Petra Filistrucchi – Foto di Centro Antiviolenza Artemisia

Nella lunga esperienza di Artemisia a contatto con le vittime di violenza, donne e bambini, quali sono i sentimenti prevalenti che avete osservato e trattato nei bambini che assistono alla violenza maschile sulla madre?

«Possiamo distinguere in modo forzato due tipi di bambini: disregolati, confusi, congelati nelle proprie emozioni, e bambini che hanno perso la capacità di fidarsi del mondo adulto e la possibilità di sperare nel futuro. Li distinguo forzatamente per provare a riscontrare in bambini aggressivi ed irruenti, animati da vissuti di impotenza e colpa che mettono in atto comportamenti aggressivi, raggiungendo una fittizia sensazione di controllo e potere, perfetti adulti in miniatura. O, viceversa, “bambini invisibili”, inespressivi ed immobili che si fanno sostegno alle fragilità dei genitori, troppo responsabili e compiacenti, abili intercettatori delle necessità adulte, che non piangono mai o si lamentano in continuazione.

Se parliamo di vissuti ed emozioni credo che sia importante dirsi che una protezione insufficiente o tardiva genera sfiducia e sconforto, favorisce l’irrigidimento degli adattamenti difensivi, l’inasprimento dei comportamenti sintomatici, e rischia di trasmettere messaggi ulteriormente danneggianti e confusivi per i bambini e le bambine testimoni (ma anche per le loro madri) oltre a confermare l’assioma più pericoloso, e cioè che i maltrattanti sono i più forti e che la violenza vince».

I genitori, quando arrivano al Centro, spontaneamente o su disposizione dell’Autorità Giudiziaria, che rappresentazione hanno della violenza assistita?

«La violenza domestica produce danni sulle competenze genitoriali di entrambi i genitori, danni che devono essere conosciuti e letti come tali per poterli riparare. Nelle madri la violenza subita, soprattutto se ha acquisito carattere di cronicità, produce e influenza fortemente la relazione con i figli e le funzioni genitoriali. Con questa anche la capacità, anzi, prima ancora la possibilità, di riconoscere l’impatto della violenza sui figli.

Quando arrivano al Centro, con variazioni infinite che qui non possiamo nemmeno citare, ci troviamo dinanzi madri che oscillano tra la fatica di riconoscere l’impatto sui loro figli della violenza che loro hanno subito, ostinatamente convinte che i figli non hanno mai assistito, e la consapevolezza dei traumi che insieme ai figli stanno vivendo e la volontà di risparmiarli almeno a loro.

Uno dei pezzi di lavoro con le mamme è proprio quello di riconoscere l’impatto della violenza e la loro parte di responsabilità in termini di scarsa protezione e disponibilità emotiva. E, contrariamente a quanto si possa pensare, questo lavoro non è affatto colpevolizzante, anzi, fa sentire la donna-madre riconosciuta anche nelle sue difficoltà determinando un effetto di “alleggerimento”, di legittimazione delle fatiche e delle ambivalenze nei confronti dei figli. Inizialmente si lavora a partire dai problemi posti nella gestione dei bambini, nei confronti dei quali spesso la madre si sente impotente, insofferente, arrabbiata, aiutando la donna a leggere i loro comportamenti sintomatici, a riconnetterli alla storia di violenza, riconoscendo quanto anche loro hanno subito, e sostenendola nell’evitare quel naturale ma pericolosissimo movimento di equiparazione fra la rabbia dei figli e l’aggressività agita dal padre.

I padri che hanno agito violenza non li incontriamo ad Artemisia, se non alcuni in fasi molto avanzate dei percorsi in quanto collaborativi rispetto alla terapia dei propri figli. Tuttavia, la rappresentazione dei padri circa la violenza assistita la ‘incontriamo’ attraverso la rete di contrasto a cui apparteniamo o attraverso l’esperienza e lo sguardo dei bambini e delle bambine stesse. Il più delle volte è una rappresentazione che minimizza i danni, li nega, si attesta e difende la posizione del “buon padre”».

 

 

Nella presa in carico delle famiglie disfunzionali, in rete con i servizi territoriali, quali sono gli atteggiamenti degli operatori dinanzi alla violenza assistita?«Non di rado i bambini, per un primo periodo, sono di fatto messi di lato alla scena, ad attendere. Forse tenerli fuori, non informarli o parlare loro con cauta chiarezza degli eventi che si susseguono, non occuparsi del loro bisogno (e diritto) alla cura, esprime la speranza degli operatori che davvero non abbiano compreso quanto sta succedendo nella loro famiglia. Questo atteggiamento, oltre ad essere evidentemente esito di un bisogno personale e professionale di difendersi dall’orrore della violenza, viola la Convenzione di Istambul, e impedisce la protezione mentale dei bambini.

Ad ogni modo è difficile dire quale sia la rappresentazione della violenza assistita nel sistema e negli operatori: la si conosce, ma poi ci si muove su piani che sembrano (dopo una primissima fase) dimenticarla. Nessun progetto di ri-narrazione e significazione monitorata di quanto agito in famiglia dal padre, nessuna convinzione nella ricerca di opportunità di cura che sono un diritto e una necessità nella prospettiva dell’interruzione della trasmissione intergenerazionale della violenza».

Quali azioni sono necessarie per prevenire la violenza assistita o per limitarne i danni?

«Le azioni sono molteplici e su più livelli. Abbiamo, credo, prima di tutto la necessità di condividere un linguaggio e un approccio comune. In questo senso va ricordato che il nostro Paese ha firmato la Convenzione di Istanbul che definisce la violenza alle donne una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione nei loro confronti, riconosce la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere, e la riconosce, inoltre, come uno dei meccanismi cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette ad una posizione subordinata rispetto agli uomini.

Non ci sono margini di “neutralità”, né di scelta di paradigmi causali, letture relazionali. Esiste la necessità di imparare a riconoscere. Eppure tanti operatori sentono di dover sostanziare nei loro interventi un atteggiamento di neutralità, ma questa posizione significa spesso prescindere dalla violenza agita, sia essa fisica o psicologica.

Significa nella fase iniziale, diventare incapaci di una rilevazione precoce e sottrarsi al dovere e, ancor più grave, alla possibilità di intercettare in modo proattivo le violenze in atto per interromperle. Rilevazione precoce che, certo, insieme alla coerenza degli interventi e alla garanzia di percorsi di cura specialistici e tempestivi è elemento essenziale nella riduzione (e riparazione) dei danni dell’essere testimoni e vittime della violenza sulle proprie madri».

 

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