#unodinoi | Di bullismo e rugby

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Io che sono stato bullizzato, ho scaricato attraverso il rugby tutto quello che avevo dentro e l’ho trasformato in un risultato positivo. Io ho usato me stesso per rispondere al bullo che mi ha bullizzato, Il rugby mi ha insegnato a capire chi sono e chi non sono, mi ha aiutato a diventare protagonista di una storia diversa. In Italia, come in tutti i Paesi occidentali, il bullismo è un fenomeno in crescita anche per via della connettività che ha aumento la distanza tra i ragazzi. Per contrastare il fenomeno c’è bisogno di consapevolezza: legalità è libertà; legalità è divertimento. C’è bisogno di far vivere bene la scuola che è prima di tutto relazione tra pari.
Non dimentichiamoci che il bullo è a disagio con se stesso e quindi richiede l’attenzione su se stesso perché si sente solo ed ha bisogno di affermarsi attraverso la vittima. Normalmente ha avuto un’esperienza genitoriale autoritaria o permissiva. Il suo schema d’azione è sempre lo stesso: intenzionalità del suo agire; ripetitività delle sue azioni; asimmetria di potere. È chiaro che i professori hanno un ruolo determinante. Possono e devono fare la differenza nel rendere l’ambiente scuola un ambiente in cui i ragazzi ritrovano se stessi per come sono. Una ragazza, ad esempio, mi raccontava di una prof che la mortificava quando sbagliava alla lavagna… Sono situazioni dolorose che segnano dentro, ancor più se avvengono in un contesto formativo come quello scolastico.
Ai ragazzi, quando parlo, quando li incontro nelle scuole in cui sono chiamato a portare la mia testimonianza, dico sempre qeusta frase: <<Ricorda che anche io ho subìto molti placcaggi che mi hanno fermato ma non perdo mai il coraggio di rialzarmi>>. È il più potente augurio che posso fare loro: avete la forza di rialzarvi sempre!

Con il contributo di Vincenzo Troiani, Sovrintende Polizia di Stato e lavoro presso Sezione Investigativa Digos dell’Aquila per ItaliaEducante Veneto

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