Chi vuole costruire comunità deve mettersi in gioco

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All’interno del percorso formativo “La collaborazione nel lavoro di gruppo di tipo multidisciplinare”, lo scorso  novembre CasaOz ha ospitato il primo incontro di formazione con il professor Guelfo Margherita. Abbiamo preparato un setting classico, una lavagna a fogli mobili, una “cattedra” per il professore, in attesa di una lezione sulla costruzione di comunità educanti. Puntuali si presentano tutti gli invitati. C’è attesa nell’aria per l’ospite, gli operatori video preparano i microfoni e si posizionano per documentare al meglio la “conferenza”. Eccolo che arriva, con un maglione bianco e un sorriso smagliante. Ci sediamo in rigoroso silenzio, spegniamo i cellulari, apriamo i taccuini per prendere appunti, da bravi studenti ci poniamo in ascolto.

Il professor Margherita si guarda attorno, sposta la cattedra contro un muro: “questa non mi serve”… ci scruta attentamente, in silenzio… e poi ci chiede: “Ma voi, cosa volete da me?” Dopo alcuni attimi di grande imbarazzo arrivano le prime timide risposte, comincia un dialogo volutamente provocatorio, e risulta evidente, a tutti, che non sarà una formazione canonica, frontale… 

Il professore insiste su di un concetto fondamentale: chi vuole costruire comunità deve mettersi in gioco, e cambiare il suo punto di vista. Chiede di farlo anche fisicamente, proponendo di cambiare posto a sedere, chiedendo a tutti di rinunciare alla propria “comfort zone”. Addentrandoci così in un percorso di scoperta passando attraverso un “violento” scombussolamento interiore ed esteriore.

Il piacevole “caos” che evidentemente riesce a creare dentro di noi e nella stanza, costringe gli operatori video a spostarsi continuamente per riuscire a inquadrare quello che oramai è diventato un dialogo aperto, apparentemente senza confini. Si passa così da citazioni complesse derivanti dagli studi del Professore sulla psicodinamica dei gruppi, a concetti molto concreti, molto vicini al vissuto di ciascuno di noi. I taccuini diventano oggetti quasi inutili, che non fanno altro che spostare la nostra concentrazione sull’esperienza diretta di creazione di una comunità, che stiamo “vivendo dal vivo”.

Durante l’intervallo il Professore dispone che vengano spostate tutte le sedie, che vengano ulteriormente “mescolate” le esperienze di ciascuno. Si accomoda poi in centro alla stanza, e attende il nostro rientro. Ancora una volta la sua provocazione ci invita a raccontare, e raccontarci, il nostro territorio da molti punti di vista. Ancora una volta si passa dalla discussione su di un caso di “ritiro sociale” di un adolescente, alla storia della riva del fiume su cui il quartiere Pilonetto è nato, ora però è chiaro a tutti quale filo lega tutte queste parole, e le parole del Professore diventano “fari” illuminanti, citazioni profuse per dare senso al nostro “essere insieme”.

L’imbarazzo iniziale è ormai svanito del tutto, il Professore guida la nostra riflessione, crea una sorta di complicità occulta, percepita tra tutti i partecipanti alla “formazione”. Uscendo da CasaOz, ciascuno di noi si è portato a casa un’esperienza unica, da raccontare e da rielaborare con tutti coloro che l’hanno vissuta. Il Professore ha creato un movimento organico, ha “smosso” dal basso le nostre coscienze ed è riuscito nell’intento di unirci verso un’unica direzione.”

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