«La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla»

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Il Base Camp di Roma nelle parole di Barbara Guadagni, coordinatrice territoriale.

A volte, quando vedo una ragazza o un ragazzo arrivare al Base Camp, spesso trascinando i piedi, gli occhi bassi e i pensieri che frullano, mi tornano in mente le parole di Daniel Pennac in Diario di scuola:

«I nostri studenti che “vanno male” (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla».

Può capitare però che durante l’orario scolastico non si abbia modo di scoprire cosa ci sia sotto tutti quegli strati, cosa si nasconda dietro quel muro di frustrazioni. Per farlo, probabilmente, non c’è momento migliore delle lezioni uno a uno. E insegnare al Base Camp, a mio parere, vuol dire proprio avere il tempo di pelarla, quella cipolla. Avere il tempo e la possibilità di instaurare a poco a poco un rapporto di fiducia con le ragazze e i ragazzi, di fare spazio tra tutti quei pensieri a un po’ di speranza, di ascoltare cosa pensano e, soprattutto, di fare in modo che si sentano ascoltati. Non è sempre facile, è vero, ma spesso – come scrive Pennac – «basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi».

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