Tinkering: una ricetta per cittadini più felici e motivati

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Uno dei pilastri su cui stiamo basando il lavoro dei nostri STEM*Lab è un approccio innovativo che riguarda principalmente il metodo. La scuola tradizionale si è sempre basata su lezioni frontali e sull’incoraggiamento a “far da soli” nei compiti assegnati. Oggi è indispensabile conoscere il tinkering.

Il tinkering rovescia completamente questo tipo di premesse, mutuando la pratica sviluppata dal maker movement ovvero una comunità che utilizza nuove tecnologie informatiche a basso costo e larga diffusione (internet, social network, sensori, processori Arduino, stampa 3D), abbracciando una filosofia di diffusione e condivisione dei risultati (open source).

La pratica si basa, dunque, sulla valorizzazione di due principi fondamentali: il “fai da te” (DIY – do it yourself) e il “fai con gli altri” (DIWO – do it with others). A partire proprio da queste due direzioni, l’Exploratium di San Francisco si occupa dal 2008 di sistematizzare il tinkering, attraverso la messa in pratica di diverse metodologie all’interno di uno spazio laboratoriale, scientifico ed espositivo allo stesso tempo.

I benefici individuati dalla comunità scientifica rispetto ad un metodo di apprendimento basato sul “fare” e sul “pensare con le mani” promuove nei giovani la capacità di immaginazione, d’innovazione e di problem solving, aumentando la determinazione personale e l’autostima. Si tratta di parole chiave che oggi ritroviamo in tutte le offerte di lavoro e che sono considerate indispensabili per prepararsi come professionisti digitali del futuro, ma non solo. Competenze di questo genere sono ormai trasversali e vengono richieste anche a chi non opera direttamente nel campo tecnologico, quando sentiamo delle cosiddette soft skills.

Entrando in uno spazio tinkering, il primo momento è dedicato alla conoscenza dei materiali, al prendere confidenza con la consistenza degli oggetti attraverso l’interazione fisica, così da gettare il primo pilastro formativo: sperimentare senza aver paura del giudizio. Uno degli aspetti che immediatamente dopo risulta fondamentale nel processo, è il darsi i propri obiettivi da soli: le “istruzioni per l’uso” sono assolutamente vietate, mentre si cerca di fare in modo che chi partecipa al laboratorio stabilisca autonomamente quali sono i passi da compiere e le priorità educative per arrivare al risultato. Testare la propria idea e cercare nuove soluzioni in maniera giocosa porta ad una maggiore consapevolezza, che successivamente permette di passare alla discussione con gli altri e al lavoro in team, in modo da creare nuovi modelli per superare le difficoltà.

Trasferendo questi principi all’interno delle classi, durante le regolari lezioni, gli insegnanti sono dunque invitati ad incoraggiare la collaborazione tra i propri studenti e ad essere pronti a riprogrammare insieme gli obiettivi, qualora non siano adeguati alle impreviste situazioni con cui dovranno confrontarsi durante la sperimentazione di un’idea. Il loro ruolo è del tutto diverso da quello tradizionale, divenendo facilitatori e ispiratori di un pensiero divergente, osservando, facendo domande, fornendo esempi senza suggerire soluzioni, celebrando i momenti di scoperta e di stupore.

Questo compito così delicato è senz’altro reso più semplice dall’ambiente in cui le attività vengono svolte; un’aula che comunichi innovazione e creatività già dal suo allestimento, esponendo materiali attraenti dal punto di vista estetico e ordinandoli in modo tale da renderli riconoscibili, ma adatti a stimolare i partecipanti all’interazione. È estremamente importante curare anche la disposizione dei tavoli e degli studenti. Si preferisce, dunque, l’organizzazione in aree di lavoro attigue, da cui sia naturale guardare come operano gli altri o ci si senta stimolati a chiedere un consiglio, nella massima libertà di alzarsi e muoversi nello spazio, recependo in ogni momento una sensazione di accoglienza e di attitudine giocosa. Molto spesso, il segnale più evidente che conferma di star sviluppando un buon lavoro, è quello definito dagli esperti “ronzio intenzionale”, un vociare che non suggerisce il caos, ma indica concentrazione e applicazione al fare.

Fiducia in se stessi, creatività e flessibilità vengono allenate attraverso la curiosità per la scoperta, insegnando a prendere le decisioni e a responsabilizzarsi nel trovare la soluzione insieme, non passando il problema ad un altro, quando non lo si riesce a risolvere. Applicando su larga scala questa forma mentis, è facile immaginare come possa formare significativamente dei cittadini di domani più motivati e meno arroccati nelle proprie insicurezze.

 

Chiara Puleo e Gioia Raro, educatrici
Liberitutti scs

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