Spesso mi chiedono chi siano gli “hikikomori”…

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“Chi sono gli hikikomori?” è domanda che negli ultimi anni è diventata quasi un mantra da quando alcune persone hanno cominciato a riconoscere un fenomeno che sta diventando un vero e proprio tema emergenziale anche in Italia. Ma questi “hikikomori” esistono davvero?


Secondo il Governo Giapponese, gli hikikomori esistono eccome. Nello specifico, questo termine dovrebbe identificare tutti coloro che si rifiutano di lasciare le proprie abitazioni e lì si isolano per un periodo superiore ai sei mesi”. Il Governo Giapponese stila persino una lista di criteri diagnostici utili a inquadrare soggetti che possano rientrare in questa definizione. Ma qui parte il dilemma etico, a mio avviso, che porta il clinico alle volte vicino al rischio di perdere la persona dietro alla maschera, l’individuo dietro l’etichetta. In ambito clinico, specifichiamolo, le etichette diagnostiche sono utili, non c’è dubbio: aiutano a generare diagnosi differenziale, a stilare classificazioni e certificati, sono insomma un valido elemento per riconoscere tra professionisti l’esistenza di qualcosa scientificamente valido. Tuttavia mi trovo sempre più spesso a rispondere alla domanda iniziale (Chi sono gli “Hikikomori”?) con una certa posizione che anche grazie al confronto con ragazzi e ragazze che ho potuto conoscere nel nostro lavoro, ha preso sempre più piede in me e nei miei colleghi.

Innanzitutto gli Hikikomori sono persone, con la loro storia specifica, individuale, il loro percorso unico. Forse più che degli Hikikomori, possiamo parlare di un fenomeno che nel progetto Sakido chiamiamo “Ritiro sociale” che comincia a far sempre più parte della cultura anche della nostra Italia e che costituisce una sorta di difesa plastica, un atteggiamento reattivo ad alcuni fenomeni quali la pressione sociale che i giovani avvertono o la fatica a definire il proprio futuro stante l’incertezza dell’epoca che viviamo. Questo sì, lo vedo con costanza, un fenomeno che cresce e a cui alcune persone si accostano, volenti o nolenti, anche a fronte di alcune fatiche personali, eventi che li hanno interessati.

Sfugge un po’ però alla mia comprensione la necessità di definire una “categoria di persone con uno specifico problema” da chiamare in questo o quell’altro modo. Quando avevo 15 anni avevo il capelli lunghi e ascoltavo principalmente Rock. Tutti mi definivano un “Metallaro”… pochi mi chiedevano quali fossero le mie idee, il mio vissuto e le mie scelte, magari quelle che mi avevano spinto a non tagliarmi più i capelli e a preferire le chitarre distorte ai violini classici. Siamo sempre più abituati a vedere il problema e a collassarlo sulla persona… così da curare l’individuo e restituirlo al “normale” scorrere delle cose… e se per un momento ci prendessimo cura invece di noi stessi? Dei significati che generiamo tramite le nostre concezioni, il nostro modo di vedere le cose.

Attraverso la fiducia, la possibilità di vedere altro al di là dell’etichetta di “malato” o “Hikikomori” abbiamo potuto scoprire giovani pieni di risorse nonostante l’isolamento e la reclusione sociale, persone dietro l’evento clinico. Perché alcuni di noi preferiscono una sorta di anestesia relazionale alla possibilità di vivere a contatto con gli altri? È un fenomeno che genera dalla nostra cultura, dal modo in cui si sta muovendo la nostra società? È solo sofferenza o forse un nuovo estremo modo di comunicare? Queste le domande che ci rimangono e alle quali forse dovremo cominciare a pensare di provare a dare una risposta ripartendo anche da noi. Questo il modo di affrontare la questione nello sguardo anche del progetto Sakidō: provare ad interrogare una comunità rispetto ai bisogni e alle domande poste anche dalle nuove generazioni, per un futuro che possa essere un po’ più nostro, di tutti.

Matteo Zanon – Psicoterapeuta – L’Aquilone Scs

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