Come glielo diciamo? Il supporto psicologico per le famiglie affidatarie dopo un femminicidio

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Quale dolore affrontano, dopo la morte della mamma, le figlie e i figli di una donna morta per femminicidio? Come comunicare con loro riguardo alla sua uccisione per mano del padre o del patrigno? Come aiutarli ad ambientarsi nella nuova casa in cui vivranno?

Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Serena Fenucci, psicoterapeuta del Servizio Specialistico di Psicologia di Casa delle Donne, centro antiviolenza di Bologna e uno dei 19 partner del progetto Orphan Of Femicide invisible Victim. 

All’interno dell’equipe presente al centro, la dottoressa Fenucci è la figura di riferimento per percorsi di valutazione e psicoterapia per bambini che hanno subìto violenza domestica e non domestica.

  1. Cos’è la violenza assistita? Cos’è il femminicidio?

Quando parliamo di violenza assistita ci riferiamo alle circostanze in cui bambini, bambine, ragazzi o ragazze hanno assistito a maltrattamenti, violenze fisiche, violenze sessuali, economiche e psicologiche, più spesso ad opera del padre, nei confronti della loro mamma o nei confronti di fratelli, sorelle e animali domestici. Quando diciamo “aver assistito” non intendiamo solo aver visto, ma anche aver sentito o aver visto gli effetti delle violenze sulla mamma stessa e aver percepito e “respirato” il clima di violenza all’interno delle mura domestiche.

Il femminicidio è l’atto estremo e più drammatico, spesso esito finale, di violenze di genere ripetute nel tempo ai danni delle donne. Se prendiamo in considerazione gli studi sulla piramide legata a crimini d’odio, applicata alla violenza di genere e al femminicidio, notiamo che questo è l’apice della violenza di genere poiché rappresenta l’uccisione di una donna in quanto tale.

Bambine, bambini, ragazze o ragazzi che assistono a violenze nei confronti della propria mamma e diventano orfani di femminicidio, nel momento in cui questa viene uccisa dal padre o dal patrigno, sono anche loro vittime, talvolta invisibili, di quanto accaduto, e per questo è stata coniata per loro la definizione di Orfani e Orfane Speciali.

A volte si pensa che figlie e figli della donna uccisa, non essendo stati vittime dirette della violenza, possano accusare effetti minori a livello psicologico e relazionale. In realtà, le ricerche ci dicono che non è così [1].

La violenza assistita, a lungo termine, ha gli stessi effetti della violenza diretta, poiché colui che agisce violenza davanti ai propri figli e alle proprie figlie viene meno al compito di protezione della prole e la espone a una delle esperienze più terribili nelle relazioni primarie, dove una figura di cura è minacciosa e l’altra è minacciata.

  1. Cos’è il lutto post traumatico? Quali reazioni può scatenare in bambine, bambini, ragazze e ragazzi coinvolti?

Il lutto post traumatico, cioè il lutto dovuto al femminicidio della mamma, può creare enormi difficoltà a bambine, bambini, ragazze e ragazzi coinvolti. Oltre alla drammaticità dell’evento, traumatico di per sé, è necessario ricordare l’esposizione di figlie e figli della donna uccisa a ripetute dinamiche di violenza pregresse, traumatiche da vivere tanto quanto il femminicidio.

Si tratta di bambine, bambini, ragazze e ragazzi che potrebbero aver già temuto molte volte per la vita della mamma e/o hanno assistito a minacce nei suoi confronti da parte del padre. A questo si aggiunge, in alcuni casi, il suicidio paterno che lascia figlie e figli nella condizione di elaborare da soli il trauma complesso, le emozioni luttuose e le molteplici perdite subìte.

Non a caso, spesso, bambine, bambini, ragazze e ragazzi orfani di femminicidio possono sviluppare un rapporto complesso, anche di grande dolore e conflitto, nei confronti della figura paterna: vi è quindi un legame affettivo che non può essere ignorato, in quanto si tratta di una figura di attaccamento, ma che al tempo stesso si carica di tutt’altro significato. In questo caso, infatti, la relazione affettiva si mischia a sentimenti di paura, rabbia e disorientamento.

Nel contempo, tra la mamma e il bambino o la bambina si può creare un rapporto quasi simbiotico, specialmente in presenza di dinamiche di violenza reiterate nel tempo perché in alcuni casi bambine e bambini possono sentire di doversi alleare con la mamma, come unica figura di riferimento stabile o possono sentirsi preoccupati per le sue sorti.

Bambine, bambini, ragazze e ragazzi orfani di femminicidio, a seguito di un lutto post-traumatico possono avere molteplici reazioni a seconda dell’età: bambine e bambini possono sviluppare comportamenti regressivi come paura del buio, rifiuto di dormire da soli, timore di essere portati via o di perdere ulteriormente le figure a cui sono affidati, timore di ritorsioni da parte del padre, rappresentazione delle esperienze traumatiche tramite disegni e tramite il gioco, comportamenti aggressivi verso gli altri, comportamenti autolesivi o impulsività non gestita in modo adeguato.

Possono verificarsi anche comportamenti di iperattivazione, difficoltà ad autoregolare le proprie emozioni, in particolare la rabbia, comportamenti autolesivi e tentativi di suicidio.

A livello emotivo possono attivarsi sensi di colpa per non essere riusciti/e a proteggere la mamma e vergogna per essere, nel contempo, figlie o figli dell’omicida. Quest’ultimo aspetto può a sua volta generare situazioni sociali spiacevoli o isolamento.

Inoltre, una volta arrivati/e nelle famiglie affidatarie, bambini/e o ragazzi/e possono fare fatica ad affidarsi affettivamente ai nuovi adulti di riferimento ed essere restii ad accettare esternazioni di affetto perché hanno imparato molto presto che nelle manifestazioni d’amore possono celarsi aspetti di violenza.

Viceversa, può accadere che se la famiglia affidataria è costituita da figure e di riferimento positive e già conosciute (come nonni o zii), possono generarsi reazioni di paura all’allontanarsi degli adulti di riferimento, anche per azioni quotidiane, oppure figlie e figli possono allarmarsi eccessivamente rispetto all’incolumità e allo stato di salute dei cari a cui sono affidati.

Sul piano dell’apprendimento e della produttività possono presentarsi difficoltà di concentrazione, non sintomatiche di disturbi cognitivi, ma più spesso della mole di pensieri ed emotività che orfane e orfani devono gestire dopo un evento di tale portata. Sul piano della sintomatologia fisica, invece, solitamente possono emergere sintomi correlati allo stress, per esempio disturbi gastrointestinali e mal di testa.

Per questo, è importante che bambine, bambini, ragazze e ragazzi orfani di femminicidio e le loro famiglie possano avere intorno, fin dalle prime fasi successive alla morte della mamma, una rete di supporto affettiva e sociale ma anche specialistica, come il supporto psicologico.

  1. Come si può gestire l’identità di bambine, bambini, ragazze e ragazzi coinvolti in un femminicidio?

Un lutto traumatico come quello dovuto a un femminicidio mette ulteriormente in discussione l’identità di bambine, bambini, ragazze e ragazzi, in quanto essi stessi figlie e figli di colui che ha ucciso la loro mamma.

Per quanto riguarda ragazze e ragazzi adolescenti, per fare un esempio, essi sono in una fase evolutiva che comporta la costruzione della propria identità e il senso di autonomia. È una fase delicata, che un evento di tale portata può rallentare e rendere più complessa; sia perché, ad esempio, può indurre un senso di pericolo e vulnerabilità interiorizzato, legato alle relazioni affettive che induce a regredire nei passaggi di autonomia, sia perché quanto accaduto disorienta ragazze e ragazzi nella costruzione della propria identità, ponendo dubbi e timori rispetto a “chi si è”.

A tal proposito, attualmente, esiste la legge 4 dell’11/01/2018 che permette a ragazze e ragazzi orfani di cambiare, se lo desiderano, il proprio cognome, se questo coincide con quello del genitore omicida. Talvolta infatti, per ragazzi/e e bambini/e vi è un portato nel proprio cognome rispetto al vissuto personale ma anche il timore di potersi confrontare all’esterno con domande inopportune o intrusive, paura di pregiudizi nei propri confronti e di esposizione rispetto alla propria storia personale, o di stigma sociale.

  1. Come funziona l’adattamento a un nuovo ambiente come, ad esempio, una nuova casa in cui abitare?

A livello ambientale, per Orfani e Orfane Speciali il cambio di ambiente avviene con fatica perché vengono allontanati/e dalle loro case. Anche se vengono affidati/e ai parenti materni o ad altre famiglie che cercano di dare loro sicurezza e tranquillità, si verifica comunque una rottura della continuità con la vita vissuta fino a quel momento.

In ogni caso, è bene non generalizzare i bisogni di tutti. Ci sono casi in cui bambine, bambini, ragazze e ragazzi orfani di femminicidio esprimono subito il proprio bisogno di ricucire un rapporto con l’ambiente in cui hanno vissuto in precedenza, conservare oggetti appartenuti alla mamma o tenere i mobili della loro camera. In altri casi, invece, non vogliono più avere a che fare con gli oggetti appartenuti alla casa dove vivevano prima e che ricordano loro ciò che è avvenuto. In questo caso, quindi, è meglio dare loro un contesto totalmente nuovo per elaborare quanto accaduto e al tempo stesso non esporli forzatamente in contatto con un “riattivatore” del passato traumatico, ma sostenerli, con i loro tempi, nell’elaborazione di quanto accaduto e nell’integrare i propri vissuti all’interno della nuova vita.

  1. Come si può parlare di ciò che è accaduto, con bambine, bambini, ragazze e ragazzi coinvolti?

Rispetto all’approccio da avere nei confronti dei bambini e delle bambine e dei ragazzi e delle ragazze orfani di femminicidio per parlare loro dell’accaduto, è importantissimo tenere in considerazione l’età.

Molto spesso, gli adulti che circondano i/le figli/le dopo il femminicidio sono parenti o figure vicine alla mamma e che a loro volta stanno cercando di elaborare il proprio lutto. Quindi, per queste persone non è facile riuscire a trovare le parole giuste per entrare in contatto con le emozioni di orfane e orfani, per parlare loro di quanto accaduto. Anche in buona fede, si possono commettere errori: per esempio, si può pensare che i bambini e le bambine più piccoli/e non debbano sapere cosa sia successo, e quindi vengono raccontate molte bugie al fine di “proteggerli/e” dalla verità. Spesso non viene loro detto cosa sia realmente successo o come è morta la mamma. Può succedere, a volte, che non vengano fatti partecipare al suo funerale.

Questo, in realtà, ha un effetto controproducente rispetto all’elaborazione del lutto. Bambine, bambini, ragazze e ragazzi hanno invece bisogno di sapere la verità, chiaramente con parole e contenuti adatti a seconda dell’età e alla loro capacità di comprendere la situazione. Con bambini e le bambine molto piccoli/e, quindi, è necessario trovare una modalità comprensibile e tollerabile di comunicare loro quanto è successo, dare la possibilità di sentire che è possibile porre domande se lo desiderano, che non sia quindi eludere la questione lasciandoli soli e confusi con le proprie emozioni, ma dare loro una cornice “digerita” dagli adulti di riferimento, che definisca i confini dentro cui potersi muovere.

Per quanto riguarda gli/le adolescenti, invece, ancora più importante è tenerli/e al corrente dei passaggi opportuni di quello che accade dopo la morte della mamma, anche riguardo agli esiti legali e al supporto che possono ricevere, invece di evitare l’argomento rendendo loro inaccessibile la narrazione su quanto avviene.

In questo senso, anche per la famiglia affidataria è fondamentale ricevere un supporto psicologico e un sostegno che possa aiutare i suoi membri a impostare una comunicazione adeguata su quanto accaduto e a gestire il lutto da parte di orfane e orfani e ricevere sostegno per il proprio vissuto emotivo.

  1. Cosa può fare una famiglia affidataria che desidera ricevere supporto psicologico? A chi può rivolgersi?

Talvolta bambine, bambini, ragazze o ragazzi orfani e famiglie che si prendono cura di loro non ricevono il supporto specialistico di cui hanno bisogno e nel tempo diventano “invisibili” al sistema. quindi, in una situazione che ha per sua natura degli aspetti complessi, è importante che la famiglia affidataria venga sostenuta da una rete solida che possa darle sostegno e supporto psicologico, anche allo sviluppo delle competenze genitoriali.

Ci sono casi in cui può rendersi necessario un percorso di psicoterapia per gli adulti di riferimento. Pensiamo, ad esempio, al caso in cui le figlie e i figli della donna uccisa vengano affidati ai nonni materni: loro stessi sono direttamente coinvolti nell’elaborazione del lutto e prima di poter essere di aiuto ai nipoti potrebbero necessitare di un percorso per elaborare la perdita traumatica che hanno vissuto o riorganizzare il proprio ruolo come figure di cura.

Per supportare le famiglie in questo esiste una rete sociosanitaria a cui è importante rivolgersi: servizi sociali, psicologi/ghe e psicoterapeuti/e specializzati/e sul tema, insegnanti della scuola frequentata da bambine, bambini, ragazze e ragazzi coinvolti. Inoltre, i Centri Antiviolenza possono essere luogo di supporto specializzato e specifico e di orientamento nel territorio. L’attivazione di questa rete è fondamentale per rispondere alle necessità peculiari e per rispondere ai bisogni degli orfani e delle famiglie affidatarie, affinché non siano soli né invisibili.

 

 

[1] Luberti R., (2002), La violenza assistita, in Infanzia Mal-trattata di Coluccia A., Lorenzi L., Strambi M. Milano, Franco Angeli; Giulietti M. (2003), Bambini che assistono alla violenza domestica. (Relazione al convegno, Firenze); Wolak J., Finkelhor D., Bambini esposti alla violenza tra i genitori. Traduzione di Moscati Francesca- Associazione Artemisia.

 

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