Teresa Bruno: “Svelare le strategie che minimizzano, giustificano e occultano la violenza assistita”

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Bambini nella tempesta, sottotitolo Gli orfani di femminicidio, è un libro agile, fatto di una lingua asciutta, quasi scarna, tanto pochi vi sono gli aggettivi. Tutto sta in un racconto dei fatti, che sono di per sé già sufficientemente drammatici, e dunque non hanno bisogno di alcun tocco di colore. Lo ha scritto Teresa Bruno, su richiesta delle Edizioni Paoline, “e forse non lo avrei mai scritto se non fosse arrivata la proposta della casa editrice”, racconta la psicologa e psicoterapeuta che ha lavorato per molti anni al Centro antiviolenza Artemisia di Firenze, di cui è stata anche presidente.

Appoggiandosi alla sua consolidata esperienza nel supporto a donne che hanno subito violenza e a minori che alla violenza hanno assistito, compresi coloro che hanno vissuto il femminicidio della propria madre ad opera del padre, e a un vasto patrimonio di studi sul trauma, Teresa Bruno ha scritto un libro denso e insieme chiarissimo “per richiamare l’attenzione sul vissuto che precede l’evento traumatico che cambia per sempre le loro vite”.

Vissuto che, nella stragrande maggioranza dei casi, è già molto traumatico, perché questi bambini e ragazzi hanno spesso assistito per anni alle violenze del padre sulla loro madre, quando non sono stati investiti anche loro direttamente dalla violenza. Eppure, spiega l’autrice, “il percorso di sviluppo e le dinamiche precedenti all’omicidio non vengono prese in considerazione nella maggior parte dei casi, mentre gli orfani di femminicidio arrivano a fronteggiare un nuovo trauma con alle spalle un carico emotivo già contrassegnato da una sofferenza specifica che però sembra non contare. E invece conta eccome”.

“Non possiamo capire l’invisibilità che ha avvolto le vite degli orfani di femminicidio e, prima ancora, quelle dei bambini che assistono alla violenza sulla madre o su altre figure di riferimento affettivo, senza aver preso in considerazione le strategie di minimizzazione, giustificazione e occultamento che circondano la violenza da parte di uomini verso donne, bambine e bambini”, scrive Teresa Bruno.

Buona parte del libro – che tutti i/le giornalisti/e che si occupano di cronaca dovrebbero leggere – è dedicata proprio a portare alla luce ciò che era stato nascosto e che rende questi orfani “speciali”, secondo la definizione di Anna Costanza Baldry, la psicologa, fiorentina anche lei, che per prima, con il progetto europeo Switch Off e il suo libro Orfani speciali, ne aveva descritto le condizioni.

Teresa Bruno lo fa appoggiandosi sui dati dell’ISTAT e dell’EURES e sulla relazione finale della prima Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio pubblicata il 6 febbraio del 2018, “una messe di dati e informazioni che includeva anche una delle poche ricerche italiane, realizzata da Marina Calloni, docente di filosofia politica all’Università Milano-Bicocca, che hanno utilizzato la tecnica della Domestic Homicide Review, una ricostruzione a ritroso delle condizioni di vita delle donne uccise”, spiega Bruno. “Una tecnica di ricerca che sempre, inequivocabilmente, dimostra la grande diffusione della violenza nelle relazioni di intimità e della violenza assistita nei casi di donne vittime di femminicidio e dei loro figli”.

“Molti ragionamenti articolati nel libro vengono dall’esperienza di lavoro di Artemisia e dalla mia pratica clinica, dove ho avuto contatti con uomini e donne che sono ex bambini orfani dove la madre era stata uccisa dal padre”, spiega Bruno, “che mi hanno insegnato l’importanza di avere una attenzione particolare alla rilevazione precoce delle situazioni di violenza in cui vivono i minori, come d’altronde sollecita l’OMS, per mettere in atto misure di protezione che possano servire a prevenire il femminicidio”.

Obiettivo del libro “è proprio riportare l’attenzione su tutti quei segnali che, se visti e letti correttamente da parte degli operatori che sono in contatto con i bambini e le bambine, dovrebbero consentire di interrompere la violenza”,  aggiunge Bruno.

“Purtroppo c’è ancora tanta strada tra la teoria, il grande bagaglio di conoscenze, studi e ricerche, e la pratica”, riconosce la psicologa.

Come sempre quando si tratta di affrontare un disagio che, pur investendo le vite individuali, si configura con e le dimensioni e caratteristiche di un fenomeno sociale e culturale, quale è la violenza maschile contro le donne e la violenza assistita e subita dai minori,  “la parole chiave è rete”.

“Tutti devono fare la propria parte. Gli/le insegnanti, gli/le assistenti sociali e i/le pediatri/e, che sono più a contatto con i bambini, se individuano una situazione potenzialmente a rischio dovrebbero coinvolgere il centro antiviolenza, che a sua volta, sulla base della valutazione del rischio fatta dalle operatrici, può disporre altre misure di protezione e coinvolgere altri servizi”, chiarisce Bruno, ricordando come “in alcuni casi sono state le insegnanti dei bambini ad accompagnare le mamme da Artemisia, supportandole nell’avvio del percorso di fuoriuscita dalla violenza”.

Troppo spesso invece il trauma subito dai bambini che vivono in situazioni di violenza non viene preso in considerazione, viene occultato o travisato, anche perché sulla lettura della violenza pesa ancora un enorme pregiudizio contro le donne.

La terza parte del libro è dedicata dunque interamente al trauma e si apre con la descrizione di una CTU, Consulenza tecnica d’ufficio, volta a valutare la capacità genitoriale di un padre e una madre, lui autore e lei vittima di violenza. Incredibile ma vero, è l’uomo violento a sembrare al CTU un genitore migliore, perché al consulente manca la “conoscenza delle dinamiche di vittimizzazione agite sui figli nei casi di violenza sulle madri”.

“Questo succede fin troppo spesso nei tribunali civili e per i minorenni, dove vengono fatti affidamenti condivisi o disposti incontri protetti con i padri maltrattanti che non tengono in alcun conto il vissuto di violenza assistita e dunque il trauma che questi bambini hanno già subito”, sottolinea Bruno.

Si tratta di decisioni che possono rivelarsi fatali anche per i bambini, basti ricordare il caso di Federico Barakat, il bimbo ucciso dal padre nel 2009 durante un incontro protetto, a cui sono seguiti tanti altri casi di bambini uccisi dai padri come atto estremo di violenza contro le loro mogli o compagne che avevano osato separarsi: l’ultimo caso in ordine di tempo, in provincia di Varese a marzo scorso, è costato la vita a Giada e Alessio, 13 e 7 anni.

“Gli articoli della Convenzione di Istanbul sui minori e sulla prevenzione della vittimizzazione secondaria non sono applicati: tendenzialmente non ci sono misure effettive di protezione che tengono in considerazione l’impatto della violenza sui bambini”, nota Teresa Bruno.

La tempesta perfetta, la tempesta che da il titolo al libro, si scatena infine quando il femminicidio si compie. Perché “quell’evento traumatico sconvolge le due famiglie di riferimento per gli orfani – quella materna e quella paterna, che spesso finisco per farsi carico del minore – innestandosi su un vissuto già carico di sofferenza per la tensione respirata per anni in casa. A cui ora si aggiungono la rabbia e le recriminazioni della famiglia materna, i tentativi di giustificare l’omicidio addossando la responsabilità alla vittima da parte della famiglia paterna”. Significativa in tal senso la testimonianza di uno degli orfani supportati da Teresa Bruno e riportata nel libro: “… alla fine non volevo più ascoltare nessuno e scappavo da tutti”.

Cosa fare dunque? L’ultima parte del libro è dedicata a Interventi e linee guida, e nel riportare una sintesi della ricerca effettuata da Daniela Lanini sugli special orphans in Toscana, Bruno pone l’accento sul ruolo-cerniera degli assistenti sociali, degli adulti con ruoli di caregiver, e sull’importanza di una presa in carico “multidisciplinare e olistica, che deve sempre includere anche una solida conoscenza del funzionamento e dell’impatto della violenza maschile contro le donne, perché il femminicidio non è che l’ultimo atto di una catena di abusi e violenze che ha lasciato impronte profonde sull’animo dei più piccoli”.

Proprio a questo è dedicato il progetto DREAM, a cui il libro di Teresa Bruno offre un contributo di conoscenze prezioso.

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