O ti fermi, o ti formi

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O ti fermi, o ti formi.
Anche Rete CEET ha fatto proprio questo diktat dedicando un’intera azione del complesso schema progettuale ad un’attività di formazione che, affidata a partner progettuali LUA, Arci Genova, Arci Movie, si prefigge di stimolare conoscenze e attitudini, dotando gli educatori di metodologie e strumenti atti ad affinare il lavoro nelle proprie realtà territoriali e arricchire il bagaglio delle offerte educative che ogni circolo destina al target di riferimento.
Lo scorso Ottobre, nelle giornate dell’8 e del 9, è stata la volta della LUA. Si  è tenuta a Roma la formazione a cura appunto della Libera università dell’Autobiografia. Il percorso, che è andato a completare quello che era stato avviato precedentemente da remoto visti i limiti imposti dalla pandemia, ha ancora una volta creato l’occasione giusta per imparare, facendo dell’atto della scrittura il metodo privilegiato per scoprire noi stessi e gli altri attraverso l’arte del racconto.

I luoghi dell’educazionea cura di Donatella Messina

Durante la mattina di venerdì 8 ottobre il gruppo di educatrici, educatori e referenti ARCI ha lavorato con me sulla dimensione dei luoghi dopo aver ascoltato con entusiasmo ed emozione il racconto sulla storia della Sala Alpi, sede dell’ARCI Nazionale di Roma, da parte di Valentina. Abbiamo costruito la “mappa dei luoghi significativi”, quei luoghi che offrono cittadinanza e formano il ‘senso del luogo’. Le condivisioni, che hanno evidenziato il fatto che le dimensioni del tempo e del luogo si intrecciano continuamente, sono state variegate: luoghi, aperti e chiusi in cui si sente di ‘essere’, in cui si sperimenta la possibilità di appartenere, luoghi significativi legati a particolari eventi e rituali della propria esistenza, luoghi affettivi e legati alla dimensione lavorativa.

La mattina del sabato 9 ottobre abbiamo ripreso quanto lasciato il giorno prima e nel secondo lavoro di scrittura “Il luogo che preferisco, dove mi sento meno comoda/o” abbiamo riflettuto sull’importanza dei luoghi legati al lavoro.

Il lavoro sui luoghi ha permesso di rivolgere l’attenzione agli oggetti del lavoro. Ho quindi proposto la “Lista degli strumenti mediatori” chiedendo un lavoro di ricognizione sulla propria cassetta degli attrezzi, per poi approfondire “Lo strumento in cui mi riconosco di più”.

Ho poi chiesto di riflettere su quanto appreso rispetto al proprio lavoro chiedendo di raffigurare “L’arcipelago dei miei apprendimenti”. Ciascuna e ciascuno ha rappresentato graficamente le isole che corrispondevano a quanto imparato, ampliando lo sguardo a forme di apprendimento esperite in ambiti lavorativi anche diversi, disegnando ponti e collegamenti tra un’isola e l’altra.

Anche questa attività ha permesso un importante lavoro di ricognizione rispetto alle cose che si sanno fare, al proprio ruolo lavorativo, a quanto si sa rappresentare e trasmettere. Le acute condivisioni intorno a quanto ancora si desidera apprendere, comprendere ed approfondire hanno preceduto il successivo lavoro di scrittura dal titolo “L’isola che ancora non c’è”, cosa manca, cosa si vorrebbe aggiungere, quali orizzonti si intravedono rispetto al proprio lavoro. Le generose condivisioni sono state ricche di riflessioni riguardo alla propria evoluzione professionale, con una particolare rilevanza rispetto all’amore e alla passione per il proprio lavoro, ma anche a spunti importanti intorno alla possibilità di essere sempre creativi e nuovi in ambito professionale.

La scrittura “Sulle orme di chi ho camminato e cammino tuttora” ha proposto una riflessione sui mentori, sul tema dell’eredità. Le parole di gratitudine, riconoscenza, eredità, cura, consapevolezza verso tutti ‘i maestri e le maestre’ che hanno lasciato un segno importante, hanno rappresentato un momento di commozione e di intimità all’interno del gruppo, il senso di un rinnovato ascolto reciproco che ha mosso emozioni profonde.

L’ultima scrittura “Le orme che ho tracciato, le orme che traccerò” ha avuto il senso di riflettere sul proprio ruolo di educatori, educatrici con un’attenzione narrativa, riconoscendo cosa è rimasto del lavoro svolto insieme.

Infine, ho proposto un questionario di valutazione finale chiedendo di riflettere su quanto appreso dal percorso, l’indice di gradimento, le criticità e gli aspetti da approfondire.

Le parole emerse rispetto alle criticità riguardano principalmente la mancanza di tempo per approfondire il lavoro, la mancanza di movimento e utilizzo del corpo, la necessità di tempi più lunghi per far sedimentare il lavoro.

Nel complesso ciascuna e ciascuno all’interno del gruppo ha espresso parole che esprimono apprezzamento per la costruzione del percorso, l’importanza della scrittura rispetto all’oralità, dell’ascolto di sé e delle narrazioni altrui, la condivisione senza giudizio, la fiducia nel gruppo che dona libertà di esprimersi, la possibilità di rallentare per comprendere, pensare e riflettere, il potere sociale, politico e trasformativo del parlare di sé insieme ad altri, la curiosità di approfondire il metodo, la gratitudine per quanto condiviso e ricevuto.

Posso concludere dicendo che la partecipazione è stata attiva e profonda. Abbiamo lavorato in un’atmosfera di ascolto, presenza e onestà. Il gruppo è entrato da subito nella postura del ‘non giudizio’ nel rispetto del silenzio e della libertà di ciascuno. Ogni scrittura ha generato riflessioni feconde, confronti e condivisioni trasversali a più livelli. Insieme abbiamo fatto ‘anima’.

 

Il tempo dell’educarea cura di Marina Biasi

Nel pomeriggio di venerdì 8 ottobre il gruppo di educatrici, educatori e referenti ARCI ha lavorato con me sulla dimensione del tempo. In un primo momento abbiamo portato l’attenzione sulla cosiddetta “spirale dell’identità lavorativa”, in cui ciascuna e ciascuno ha potuto rappresentare graficamente una spirale suddivisa in fasi: inizio, trasformazioni, evoluzioni del proprio agire ed essere in ARCI. Uno degli elementi maggiormente presenti è stato il constatare quanto la propria vita personale sia legata alla vita dell’ARCI, in uno scambio fecondo e generativo di significati, inoltre per molti e molte l’incontro con questa associazione ha designato una vera e propria “nascita sociale”.

Questo lavoro di scrittura e riflessione riguardo alla trasformazione nel tempo della propria appartenenza all’ARCI, è stato molto interessante, anche perché ha permesso una maggior conoscenza reciproca e condivisione di esperienze.

Nel secondo lavoro di scrittura, abbiamo spostato l’attenzione dal tempo passato al tempo presente, per cui, dopo la lettura del brano del Qoelet “C’è un tempo per ogni cosa”, ciascuna e ciascuno ha scritto di cosa è fatto il tempo dell’educare, il tempo del proprio lavoro e ruolo in ARCI.

Ecco una sintesi di ciò che è stato scritto:

C’è un tempo per far fiorire anime,

c’è un tempo per respirare

e un tempo per divertirsi,

c’è un tempo per fare un passo indietro,

c’è un tempo per essere accolti,

c’è un tempo per esplorarsi,

c’è un tempo per la consolazione,

c’è un tempo per viaggiare

e un tempo per sedersi intorno a un tavolo,

c’è un tempo per sognare e sbocciare,

c’è un tempo senza se e senza ma,

c’è un tempo per aprire il cassetto e riordinare,

c’è un tempo per accogliere i propri bisogni,

c’è un tempo per pane e salame

e un tempo per pulire a terra,

c’è un tempo per fantasticare.

Anche questa seconda scrittura ha generato confronto e condivisione a più livelli e siamo così giunti alla conclusione. Come di consueto, ho chiesto alle / ai partecipanti di condividere una parola che potesse racchiudere il senso dell’incontro e queste sono le loro parole:

nascita sociale

consapevolezza

confronto alla pari

riappacificata

c’è un tempo per l’estetica della storia

empatia

eredità

anime

aver cura

occasione e strumenti

tempo

domande

memoria

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