Sassari, come un laboratorio di partecipazione ha trasformato un campetto

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È inverno, un pomeriggio come tanti del 2020, siamo circa dieci persone: due operatori e un gruppo misto di ragazzi e ragazze preadolescenti. Lo scopo della trasferta è visitare il centro Poliss di via Baldedda, un grande spazio immerso nel verde in cui a breve torneremo per riprendere le attività di Futuro Prossimo. Alcuni dei nostri ragazzi non ci sono mai stati prima, l’utilizzo della struttura era stato sospeso in attesa della convalida di alcuni atti ufficiali e così ci sembrava giusto tornarci in visita per osservare, fare proposte, magari intervenire in anticipo con delle attività di miglioramento in vista dell’imminente ritorno.

Camminiamo nel grande giardino che circonda la struttura centrale, ci sono alberi, piante, un percorso vita per fare attività fisica, ma i ragazzi hanno fretta di raggiungere il retro della struttura perché sanno che là dietro, nascosto dalla sua posizione, c’è il vero protagonista del centro giovanile. In mezzo a una striscia di verde che s’incastra tra i palazzi, un campetto di calcio a cinque. La sabbia sintetica è ormai rasa al suolo, le reti somigliano a quelle distrutte dei pescatori riportate a riva dalla corrente. Anche il campo, un tempo tutto verde, ora è un’alternanza di tante piccole dune di sabbia arrivata da chissà dove. Intorno, centinaia di bottiglie di plastica tra l’erba alta e brandelli di spazzatura multicolore che brillano sotto i riflessi del sole.

Questo “rettangolone” gigante è il residuo di un intervento delle politiche comunali a contrasto della disparità sociale: un campo di calcio a cinque gratuito e aperto a tutti all’interno di un quartiere popolare. Poi il tempo è passato, le politiche cambiate e il “rettangolone” è rimasto lì. I ragazzi iniziano a discutere sul problema della sabbia accumulatasi sul terreno. I più sensibili all’ambiente spendono commenti sul disastro naturale che ci circonda e anche noi operatori ci sentiamo un po’ straniti. C’è chi dice che mesi fa, in un altro centro giovanile, il problema della sabbia era stato risolto con un’aspirapolvere. Tutti ridono. Nel frattempo l’informazione inizia a sembrare verosimile e nel silenzio qualcuno – io per esempio – pensa a quanto tempo ci vorrà prima che ogni singolo granello di sabbia finisca dentro il magico aspirapolvere da campo.

C’è una sola nota che suona bene in mezzo a tutto questo disordine ed è il coro di voci sguaiate che gridano, esultano, imprecano dando la caccia a un pallone. Saranno una trentina di ragazzi. Solo dieci giocano e tutti i restanti da bordo campo sbraitano perché la partita finisca in fretta. La voglia di giocare è tanta e la gente pure. Nessuno di loro è passato per il cancello principale, tutti entrano scavalcando i muri di recinzione, sono qui perché c’è un campo e perché è gratis, tutto il resto non conta. Noi operatori ci fermiamo un attimo a pensare e scambiamo qualche idea sul come siano sempre i ragazzi a scegliersi i propri spazi. “Dovremmo venire in questi posti per conoscere nuovi ragazzi, è qui che dovremmo venire a raccontargli cosa facciamo”. E riflettiamo su quanto spesso, invece, grandi spazi giovanili siano stati costruiti per poi finire col somigliare, talvolta, a delle immense cattedrali deserte.

Facciamo un salto avanti di un anno. Siamo nel marzo del 2021. Tra le attività di Futuro Prossimo sta per partire un nuovo laboratorio, quello di Partecipazione Attiva. È una proposta che noi operatori conosciamo già perché precedentemente sperimentata – sempre all’interno di Futuro Prossimo – con le scuole aderenti al progetto. I ragazzi sono invitati a riflettere su possibili criticità relative al territorio e all’ambiente in cui vivono, hanno la possibilità di proporre soluzioni e di attuarle con il sostegno economico di un fondo specifico previsto dal progetto. Nel team anche un nuovo arrivato, lo psicologo Giuseppe Manca, che si occuperà di darci una mano con le dinamiche di gruppo. È passato più di un anno dalla trasferta al campetto, ma il focus è chiaro a tutti da subito: se c’è da individuare qualcosa su cui intervenire. La risposta è una: rimettere a posto il campo di calcio a cinque. Il laboratorio prosegue i suoi step con ordine, dall’idea si passa al sopralluogo operativo, segue la ricerca dei fornitori e del materiale, fino alla richiesta formale indirizzata a Save the Children per il sostegno economico utile all’acquisto del materiale e la richiesta formale all’ufficio tecnico del Comune di Sassari perché ci aiuti, mandando una squadra di manutentori.

L’erba sintetica ora c’è ed è verde, si può correre sul campo perché non c’è più la sabbia a farti scivolare. Le reti laterali sono alte e mancano tutti quegli squarci laterali che ne rendevano inutile la presenza. Le porte oltre ai pali hanno anche la traversa e la palla resta nella rete dopo che fai goal, non rotola più a decine di metri di distanza per sparire nell’erba.

Resta un solo problema da risolvere, ma è un problema bello: ora siamo davvero in tanti!

Articolo a cura di Pasquale Demis Posadinu, operatore di Uisp Sassari, partner territitoriale di Futuro Prossimo

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