“A voi la voce”: un video box, per sentirsi importanti

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L’importanza di sentirsi trattati come persone: può sperimentarla anche a un bambino delle elementari, della scuola materna perfino.

È successo ai bambini che hanno partecipato al laboratorio “A voi la voce”, organizzato a Roma nel quartiere Centocelle dalla cooperativa Ruota Libera Teatro, all’interno di “Estate Insieme” del progetto Radici di Comunità.

Attraverso la realizzazione di videobox, spiega Serena Corrado, «volevamo dare ai bambini la possibilità di raccontare come avevano vissuto l’emergenza a casa e cosa gli era mancato di più». Il luogo in cui si è svolta “Estate Insieme” era particolarmente adatto: Centocelle è un magma di abitazioni popolari, ma Casale Falchetti e Casale Garibaldi sono oasi verdi, edifici rurali ristrutturati, con un giardino esterno che si presta molto ai giochi, anche perché recintato e quindi sicuro.

La risposta dei bambini è stata immediata: «pensavamo che sarebbe stato molto più complicato», racconta Serena, «temevamo che la videocamera potesse prenderli alla sprovvista, o che comunque si sarebbero intimiditi. Ma i bambini sono abituati ad essere ripresi e sono soprattutto molto più spontanei degli adulti, per cui hanno reagito bene. Abbiamo dovuto tagliare le interviste, perché avevano parlato veramente tanto…».

 

A voi la voceI bambini e il lockdown

Il loro vissuto è emerso con chiarezza: «durante il lockdown hanno sentito la mancanza della socializzazione, in tutte le sue forme. In primis la scuola: erano abituati a stare otto ore a scuola e sentivano la mancanza del contatto fisico, oltre che umano. In questo senso i bambini sono stati forse i più colpiti dal lockdown. Hanno sentito la mancanza soprattutto degli amici e dei giochi che facevano insieme, e questo vale sia per la materna che per quelli della scuola elementare. E molti hanno detto di aver sentito anche la mancanza delle maestre». Cose confermate, del resto, dai genitori o dagli altri alunni di riferimento, con cui gli operatori si sono fermati a parlare: «sono emersi anche i loro disagi, la difficoltà di offrire ai bambini momenti ludici, divertenti, in un luogo che era sempre lo stesso – la casa – occupando il tempo in modo interessante. Per chi lavorava, poi, il problema è stato doppiamente faticoso». A tutto questo si aggiunge il fatto che «i bambini delle elementari hanno sofferto doppiamente la didattica a distanza, nonostante l’impegno dei docenti: loro non hanno cellulari propri e sono meno autonomi, nell’usarli, dei loro amici delle medie».

 

Perché i videobox

La scelta di realizzare video per aiutare i bambini a raccontare e raccontarsi, spiega Serena, «è nata dalla consapevolezza che da qualche tempo a questa parte anche i più piccoli sono a contatto dei cellulari dei genitori. E, senza demonizzare la tecnologia, dobbiamo dire che a volte li utilizzano troppo o senza consapevolezza. Abbiamo voluto proporre un modo utile di utilizzarli, che li aiutasse a comprendere le potenzialità dello strumento». È stata scelta la tecnica delle interviste, con domande molto semplici, per metterli a proprio agio. «Come ho detto, sono stati tutti molto curiosi e molto disponibili. Anche chi alla domanda: ti è mancata la scuola? rispondeva con un no secco, poi scopriva le carte ed emergevano i disagi che c’erano dietro quel “no”».

Per i bambini è stato importante rivedersi, una volta montato il video: «qualcuno era più curioso degli altri, anche con un po’ di vanità, ma per tutti era un modo di confrontarsi con se stessi, con quello che avevano detto». Alla fin fine, l’esperienza è stata significativa, perché «hanno provato l’emozione di sentirsi al centro dell’attenzione. Prima chiedevano: che cosa è un’intervista? Poi si sono messi in gioco in prima persona e si sono sentiti importanti: c’era qualcuno che faceva domande come si fanno ai grandi – e non avevano neanche i genitori vicino, che avrebbero potuto condizionarli. Ciascuno ha avuto i suoi cinque minuti di gloria, in cui qualcuno si occupava di loro, facendo domande importanti, ascoltando le risposte, e poi valorizzandole nei video. Si sono sentiti trattati come persone», conclude Serena Corrado.

Alcuni del video realizzati durante il laboratorio “A Voi la voce”, montato da Aisling Pallotta, si possono vedere nel canale youtube del Cemea, a questo link.

Le foto di questo articolo sono di Serena Corrado.

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