Insegnare alle donne l’italiano. Per renderle protagoniste

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Da febbraio a giugno di quest’anno il Cemea del Mezzogiorno, nell’ambito del progetto Radici di Comunità, selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, ha tenuto un corso di italiano per donne straniere. Il corso si è tenuto in via Fortebraccio nel quartiere Pigneto: un quartiere da molti anni attraversato, vissuto ed arricchito da persone provenienti da disparati paesi e culture.  La provenienza delle donne, circa una trentina, era molto varia, la maggior parte bengalesi, ma anche ucraine, cinesi e senegalesi. Il corso ha avuto cadenza bisettimanale  ed è stato condotto in collaborazione con alcune volontarie del Servizio Civile Nazionale. Il laboratorio ha rappresentato un’occasione di crescita per tutte coloro che vi hanno preso parte, sia le insegnanti che le donne.

Perchè le donne?

A chi legge queste poche righe potrebbe sorgere una domanda: perché scegliere di fare un corso per sole donne dove ad insegnare sono soltanto donne?

La risposta può essere declinata in vari modi. Si potrebbe affermare che in questo modo le donne, soprattutto quelle provenienti da paesi di cultura islamica, si sentono più a proprio agio ed hanno meno reticenze a frequentare il corso.  Si potrebbe dire che che un luogo frequentato da sole donne può aiutare a ricavarsi un tempo ed uno spazio esclusivi.Un momento nel quale la necessità di imparare l’italiano per interagire con la comunità circostante e con i suoi servizi (scuola, servizi sanitari, Municipio, ecc) si accompagna a delle discussioni più ampie sulle proprie necessità individuali, sulla proiezione di sé in una dimensione genitoriale e lavorativa. L’altra ipotesi è che le 4 ore settimanali possano essere uno spazio di narrazione. Anche con strumenti comunicativi molto limitati, le donne possono raccontare le proprie storie, i lunghi viaggi che le hanno portate fino a qui, i sogni prima dell’arrivo ed i desideri che crescono man mano che il tempo trascorre e ci si sente parte (o almeno si prova ad esserlo) del quartiere e della comunità nella quale si vive. In questa dimensione sono nate relazioni e confronti tra madri, mogli o, più semplicemente, tra donne. Le partecipanti manifestano il bisogno di esprimersi e di comprendere. Sono spinte sia dalla necessità di un’emigrazione spesso imposta dalle contingenze, sia dalla voglia di farsi conoscere per quello che è il proprio vissuto. Al contempo vogliono scoprire, con curiosità e a piccoli passi, la cultura delle altre utenti del corso e delle insegnanti stesse.

Capacit-azioni

Il metodo e lo spirito a cui si sono ispirate le docenti è quello dello sviluppo delle “capacit-azioni”  (riprese dal filosofo indiano Amartya Sen). Questo autore intende lo sviluppo come un  “processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani”.  Vivere una vita sana, accedere alla conoscenza, istruzione, formazione e informazione. Prendersi cura di sé e degli altri. Abitare e lavorare in luoghi sani e sicuri. Partecipare alla vita pubblica e convivere in una società paritaria. Accedere alle risorse pubbliche e muoversi nel territorio. Queste le azioni che possono aiutare a sviluppare le effettive potenzialità dell’individuo. Il metodo, benché applicato a un’azione modesta, ha permesso alle insegnanti di inventare e dare forma a momenti/lezioni che dessero spazio a stimoli e sollecitazioni che esulavano dallo studio tout-court della lingua. In più occasioni abbiamo esplorato il quartiere e le sue risorse, abbiamo analizzato i servizi dei quali si sentiva maggiore necessità (scuola e servizi sanitari) e provato a stimolare curiosità ed interesse con opere d’arte e racconti.

Le donne e la città

Si è inoltre deciso di organizzare due uscite. La prima si è svolta nel centro di Roma, in compagnia del gruppo di donne del corso tenuto alla Scuola Gentileschi. La partecipazione dell’altro gruppo di donne ha permesso un’ulteriore occasione d’incontro e e di conoscenza che ha arricchito reciprocamente entrambi i gruppi. La seconda, più conviviale,  in un parco, come incontro  finale di saluto e di arrivederci. In questo caso lo stimolo principale per un incontro/confronto tra le culture è stato il cibo, spunto che ci ha permesso di conoscere in maniera più approfondita abitudini, feste, ma anche passioni e insofferenze! Questo incontro è stato pensato in occasione della fine del Ramadan, dopo alcuni giorni nei quali le donne, provate dal periodo di digiuno giornaliero, erano state assenti per poter godere al meglio della festività. In entrambi i casi le donne si sono mostrate interessate e incuriosite, hanno apprezzato le opere ed i monumenti che sono stati descritti (grazie all’associazione Migrantour che ci ha accompagnati in questo percorso) ed hanno con orgoglio e nostalgia raccontato delle opere nei loro paesi. Tracciare questo tipo di collegamenti ha aiutato le donne a riflettere sul senso della propria esperienza in maniera più completa.

Il percorso, durato 80 ore, ha favorito e facilitato la conoscenza tra le partecipanti. Ha incoraggiato la nascita di nuove amicizie e rafforzato quelle già esistenti. Stimolato un confronto più vivo sui temi della genitorialità e sulle risorse per favorire lo sviluppo educativo e relazione dei figli e delle figlie. Ma soprattutto un dibattito sulla propria condizione di donna e sulle enormi possibilità e potenzialità che ognuna di noi ha e può sviluppare per avere una vita più interessante, attiva, viva.

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