Percorsi con i bambini

“Le tarantelle di Gianna”: intervista a Mattia Campo Dall’Orto

di

Foto Mara Fella

È nel quartiere di San Sperato, periferia di Reggio Calabria, che ha preso vita il primo dei quattro murales previsti dal progetto “Openspace: Spazi di Partecipazione Attiva della Comunità Educante”; il murale reggino è stato realizzato dallo street artist Mattia Campo Dall’Orto con la curatela di Inward Osservatorio Nazionale sulla Creatività Urbana.

Dopo una prima fase laboratoriale condivisa con professori e tutor, gli studenti dell’Istituto Comprensivo Bernardino Telesio hanno avuto l’opportunità di incontrare l’artista e confrontarsi sul tema prescelto: “Il senso di comunità del quartiere: tra miti e narrazioni”. Proprio per questo abbiamo deciso di intervistare Mattia Campo Dall’Orto per analizzare insieme il valore sociale ed artistico di tutta l’operazione!

Ciao Mattia, parliamo dell’incontro con gli studenti. Come si è svolto il confronto con loro e quali le suggestioni ricevute?

«Utilizzando strumenti di educazione non formale, ho impostato le sessioni di lavoro con gli studenti sotto forma di dibattito-gioco, attività partecipative e di disegno. Dietro l’apparente svolgimento di incontri scherzosi si celava una struttura creativa finalizzata a strutturare una storia che avesse come protagonista una ragazzina, figura capace di incarnare difficoltà ed ostacoli della discriminazione di genere. Facendo leva sulla capacità empatica dei partecipanti è nata la storia di Gianna».

Come hai sviluppato il concept dell’opera? E come questo si lega al territorio?

«Sono intenzionalmente arrivato a Reggio Calabria con un concept non definitivo, un bozzetto che si prestasse ad essere integrato e modificato.  Tra il materiale ricevuto composto da disegni, annotazioni e fotografie, alcuni elementi hanno richiamato la mia attenzione: il contrasto tra paesaggio urbano e rurale, il rapporto ambiguo con il proprio quartiere, che stimola affetto ma provoca anche disagio, e l’antico mestiere del cantastorie con tutto il suo potenziale evocativo.  Ho quindi delineato da remoto la composizione che ruota proprio attorno ai tamburelli di due cantastorie, figure di età diverse che mi permettevano di evidenziare un legame temporale, inteso sia come rapporto con il territorio che cambia, tra progresso e degrado proprio dell’urbanizzazione, sia come rapporto tra generazioni nel senso più profondo della trasmissione delle conoscenze e del rischio di perdita delle tradizioni. Grazie al percorso creativo svolto con le classi, ho poi identificato gli elementi evocati dai cantastorie: a destra delle api che sorvolano dei fichi d’india mentre a sinistra delle rocce animate da animali, alberi, case e Gianna, raffigurata in diverse versioni; un’ambientazione che vuole essere una citazione de “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry».

Infatti è proprio Le tarantelle di Gianna il titolo dell’opera che ora colora la lunga parete della palestra della scuola. Gli studenti hanno avuto anche l’opportunità di ammirare il work in progress: un modo utile ed interessante non solo per avvicinarsi all’arte ma anche per incrementare il valore della partecipazione sul proprio territorio.

Mattia, quali tecniche sono state utilizzate per la realizzazione del murale?

«Considerando la superficie murale grezza e non ancora trattata, ho voluto mantenere la sua texture irregolare, stendendo delle velature con pittura acrilica molto diluita, gocciolata e schizzata. Le figure dei cantastorie sono state riportate in scala con una griglia da due fotografie quadrettate. Ho curato con delicatezza, ma senza ossessione, i tratti somatici dei due cantastorie, usando altre velature e pochissima vernice spray per ricavare l’illusione della tridimensionalità che viene comunque inficiata quando si notano le colature… perché di pittura si tratta e desidero che l’opera lo dimostri! Ho usato lo spray solo per accentuare ombre e bagliori e per sgranare e fondere i tamburelli al centro, con un pattern che ricorda dei pixel. L’opera è un ulteriore passo nella direzione verso una tecnica essenziale, un metodo di lavoro che eviti gli sprechi di materiali pittorici, così da minimizzare i costi e contenere l’impatto ambientale».

 

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