Detenuti, ma anche genitori: come curare dal carcere il rapporto con i figli

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PALERMO – Oltre ad essere detenuti che scontano una pena, sono anche padri di figli e figlie con cui vorrebbero rafforzare il legame affettivo, soprattutto in vista di un dopo-carcere più sereno. E’ il desiderio forte di 20 delle 500 persone detenute, recluse all’interno della Casa circondariale di Caltagirone, che hanno partecipato al progetto sulla genitorialità “No neet – Il principale problema che ha la scuola sono i ragazzi che perde”, della durata di tre anni, portato avanti dalla pedagogista Sara Vassallo e dalla psicologa Anna Gentile. Per il momento su decisione del Ministero di Grazia e Giustizia, a causa della pandemia, sono state sospese tutte le attività trattamentali curate da associazioni e operatori esterni.

Ritrovarsi genitori, anche dentro il carcere

“Per il bene delle persone detenute – dice Sara Vassallo – bisogna riprendere al più presto il progetto per non vanificare il percorso svolto fino a questo momento. Da circa un anno e mezzo, infatti, affrontiamo con i detenuti padri la tematica della genitorialità ‘dietro le sbarre’. Con questo progetto, finanziato dal Fondo per il contrasto della povertà educativa e minorile, avendo una somma destinata ad attività dedicate al sostegno della genitorialità, abbiamo scelto – appurando la sensibilità al tema della direttrice – di dedicarci alla Casa Circondariale di Caltagirone. L’intenzione è quella di creare le condizioni per attuare interventi concreti che permettano al genitore recluso di riappropriarsi del suo ruolo educativo. Nonostante la sua condizione di detenzione si può lavorare con loro per promuovere e valorizzare una relazione genitori/figli sempre più autentica”.

Il progetto va a supportare l’impegno svolto pure dagli educatori che operano in carcere. “In questo modo, in qualità di operatori esterni, supportiamo anche il personale educativo nelle loro attività volte a incentivare la relazione genitore-figlio – spiega ancora Sara Vassallo -. Il fine è quello di potenziare le risorse di ogni genitore, sostenendo, formando e riqualificando le sue capacità attraverso attività atte a favorire una migliore accoglienza a misura di minore con l’allestimento pure spazi ludico-ricreativi pensati dagli stessi detenuti”.

IL VALORE DELLA FAMIGLIA

Il progetto si articola in alcune fasi. La prima, durata fino allo scorso gennaio, ha riguardato interamente i detenuti nel delicato percorso conoscitivo di se stessi. “Si lavora sui vissuti di persone in uno stato di delicata fragilità – continua Sara Vassallo -. La prima cosa è stata quella di conoscersi per conoscere e poi di fidarsi dell’altro per potersi aprire attraverso la narrazione. Durante gli incontri si è puntato, prima di tutto, ad aumentare nelle persone detenute la consapevolezza del significato della genitorialità, riconoscendo il valore della relazione in famiglia ovvero della relazione genitore-figlio/a, accrescendo l’autostima nel recupero degli elementi sani che caratterizzano la dimensione personale e genitoriale. In altri incontri, invece, sono stati analizzati i vari stili genitoriali secondo alcuni studiosi sul tema che hanno stimolato la riflessione su come la relazione genitoriale sia mutata negli anni”.

“Successivamente ci si è confrontati sui desideri, sulle paure e sulle mancanze che influiscono nella relazione con gli altri e in famiglia. Ricorrendo anche a testi di canzoni e poesie il gruppo ha dato vita a un confronto sul cambiamento che il rapporto tra padre e figlio subisce quando la coppia genitoriale si disgrega”.

SPAZI ADATTI ALL’INCONTRO: LA SALA DEI COLLOQUI CON I FIGLI

Nella seconda fase è stata allestita una stanza dedicata agli incontri familiari. “Qualche mese prima dell’interruzione delle attività avevamo iniziato a progettare e allestire una saletta destinata ai colloqui con i figli. Ci stavamo inoltre muovendo per trovare qualcuno disposto a donarci arredamenti per questa stanza. La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti riconosce il diritto dei minori alla continuità del proprio legame affettivo con il proprio genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto alla genitorialità dei detenuti. Sono numerosi i bambini che entrano in carcere per incontrare un familiare detenuto. L’incontro, generalmente, avviene in un luogo estraneo e per loro potenzialmente traumatico, sottoposto a regole e tempi che non sono pensati per loro. La sfida, allora, è quella di riuscire a creare degli spazi di accoglienza e di cura in carcere, tutelando il diritto del minore a mantenere un legame affettivo con il genitore detenuto. Questo è un legame fondamentale per la loro crescita che dovrebbe rimanere intatto e non essere legato al reato commesso dal genitore”. “Se la separazione, dal genitore recluso, diventa una rottura improvvisa e non accompagnata da parole che la spieghino, allora produce una separazione traumatica. Poter lavorare su questa separazione permette di ridurre il rischio di esporre il minore a un’esperienza di grave disagio psico-sociale. Inoltre la visita in carcere può diventare anche un incontro con la legalità, se passa attraverso un’esperienza di rispetto della persona e dei suoi diritti umani. Se invece il bambino si sente non trattato adeguatamente viene meno la possibilità di offrirgli l’occasione di poter fare una scelta di stile di vita diverso da quello che ha portato il genitore in carcere”.

“Sulle pareti della nuova stanza, il gruppo ha scelto di dipingere un albero che è stato un tema simbolico che abbiamo affrontato insieme – aggiunge ancora -. L’albero rappresenta la vita con le radici che affondando nel terreno assimilano da esso sostanze nutritive. Per essere ben salde devono avere profondità. Tra i desideri, inoltre, emersi, durante il confronto con loro ci sono quelli espressi dalle loro parole quando dicono di iniziare una nuova vita per rimediare perché tutti pensano che ho perso da quando sono qui dentro, ma secondo me questa è una partita molta dura ma che riuscirò a superare con dignità. La mia famiglia è la mia forza. Ciò che accomuna un po’ tutti è pure la paura per il tempo sprecato “perché il tempo passa e purtroppo il tempo perso non ritorna. Se si creano oggi – conclude infine Sara Vassallo – le condizioni per lavorare bene, molto probabilmente, si getteranno le basi per quello che poi sarà una loro maggiore autonomia nella valorizzazione della relazione con i figli proprio nel dopo carcere. Non appena riprenderemo il progetto, considerato che alcuni sono, nel frattempo, usciti dal casa di reclusione, integreremo il gruppo con nuovi inserimenti. In questo caso, però, le persone del vecchio gruppo faranno da peer-tutoring ai nuovi arrivati”.

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