L’INTEGRAZIONE DEI SERVIZI: LE BUONE PRASSI NEL PRIMO TAVOLO DI COORDINAMENTO INTERCITTADINO INVIOLABILI

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Con la fine dell’anno è tempo di fare bilanci e riflessioni. Il 2022 è stato sicuramente un anno denso per INVIOLABILI: percorsi formativi per gli addetti ai lavori, laboratori nei centri educativi e nelle scuole, affidi, sostegno genitoriale e, talvolta, accompagnamento alle Questure e ai Centri antiviolenza.

Per fare al meglio tutte queste attività INVIOLABILI ha attivato una rete trasversale che in ogni città comprende i servizi sociali, quelli educativi, ma anche l’ospedale, i CAV e il Tribunale dei minori. Perché per prendersi cura e proteggere un bambino è necessario che tutte le realtà preposte siano attive e coordinate.

A dimostrazione di quanto avviato nel primo anno e mezzo del progetto – partito a giugno 2021 –, il 15 dicembre 2022 dalle 10 alle 13 si è tenuto online il Tavolo di coordinamento intercittadino dove sono intervenuti i referenti istituzionali delle realtà che rappresentano i legami più forti delle reti locali con cui abbiamo finora collaborato. Ai relatori abbiamo chiesto di condividere non solo le loro prassi operative, ma anche le loro proposte di miglioramento per il funzionamento della rete nell’ottica di una presa in carico più efficace ed efficiente.

Da Bari sono intervenuti il procuratore della Repubblica del Tribunale per i minorenni, Ferruccio De Salvatore, e l’Assistente sociale del Pronto Intervento Minori, Lucia Greco. Entrambi, in base al loro mandato istituzionale, hanno condiviso l’esperienza che il Tribunale dei minori, e più in particolare il Pronto Intervento Minori, sta portando avanti in termini di lavoro di rete e presa in carico. Il PIM, composto da ufficiali e agenti di polizia giudiziaria nonché da 3 assistenti sociali, tratta le segnalazioni relative alla città di Bari e, nell’ultimo anno, su 189 casi sottoposti ad accertamento, ha aperto 143 fascicoli. La collaborazione tra forze dell’ordine e assistenti sociali ha portato anche alla condivisione di una modalità operativa che tiene in considerazione la rete che si è, o non si è, attivata intorno al minore. Con la leadership del Tribunale dei minori, i servizi di presa in carico del bambino sono intercettati e sollecitati a collaborare in maniera coordinata e continuativa. Questo modello è replicabile anche in altre città e lo stesso procuratore si è reso disponibile a condividere con i suoi colleghi le modalità operative che si stanno sviluppando nella città di Bari e più in generale nella Regione Puglia.

In collegamento da Napoli erano previsti gli interventi del dott. Vincenzo Tipo e della dott.ssa Laura Ruggiero ma, a causa di un imprevisto, il dott. Tipo non ha potuto partecipare al Tavolo lasciando alla collega l’onere di intervenire anche al suo posto. La dott.ssa Laura Ruggiero è il Dirigente medico del pronto Soccorso dell’AORN Santobono di Napoli. Il Santobono è un ospedale pediatrico, centro di eccellenza e principale presidio sanitario per i minori del capoluogo campano e dell’interna regione. Il dato che riportano gli ospedali pediatrici rispetto agli accessi in Pronto Soccorso è che tra il 2% e il 10% dei minori risultano essere vittime di maltrattamento o abuso e, una volta tornati a casa dopo un episodio di maltrattamento, hanno una probabilità compresa tra 11% e 50% di essere vittima di un secondo episodio. Ed è solo la punta dell’iceberg. Vi è un enorme sommerso rispetto ai casi non individuati, ai casi non direttamente riconducibili a qualche forma di violenza come ad esempio le diverse patologie delle cure, alle situazioni in cui, per i successivi episodi di violenza, i minori sono accompagnati in altri ospedali senza che vi sia un software di registrazione e presa in carico capace di mettere in rete e creare degli alert rispetto a minori che accedono ai PS con traumi riconducibili ad abusi e maltrattamenti. Stessa difficoltà di tracciamento avviene anche per le donne vittime di violenza [ndr].

Una diagnosi di maltrattamento e/o abuso sessuale il più delle volte è una diagnosi multidisciplinare per cui l’operatore sociosanitario dovrà lavorare in rete anche con scuole, servizi sociali, con gli enti del terzo settore.

Il punto nodale del Tavolo viene così presentato: qualsiasi sia il punto di accesso di un minore ad un ente preposto alla sua cura e tutela (Tribunale per i minori, ospedale, servizi sociali, scuola, enti del terzo settore) questo si deve trasformare in un’antenna che avendo captato dei segnali di pericolo deve trasmetterli a chi può intervenire in maniera più appropriata e competente in base alle specifiche esigenze del minore.

In quest’ottica il ruolo degli asili nido e delle scuole d’infanzia diventa fondamentale in quanto presidi territoriali che per primi stabiliscono una relazione significativa e continuativa sia con il minore che con la famiglia. Per l’Assessore alle politiche educative del Municipio V del Comune di Roma, Cecilia Fannunza, la collaborazione della scuola con gli enti territoriali sia pubblici che privati è la priorità. E il modello di scuola aperta è l’unico possibile per aiutare quei bambini che vivono in condizioni di maggiore vulnerabilità. Aprire la scuola al territorio significa costruire un rapporto più profondo con le famiglie, rafforzare il ruolo di osservatorio privilegiato per intercettare e trattare precocemente le situazioni di fragilità più preoccupanti, chiamare a raccolta gli altri attori territoriali che a vario titolo partecipano alla tutela e protezione dei minori.

Tutelare e proteggere un bambino significa in primo luogo intervenire nel suo ambito famigliare e implica, tra l’altro, una valutazione delle competenze e capacità genitoriali. Nei casi di maltrattamento o violenza è necessario anche valutarne la recuperabilità. Il contributo al Tavolo intercittadino di Giuseppina Santoni, assistente sociale referente SISMIF (Servizio per l’integrazione e il Sostegno ai Minori in Famiglia) del Municipio V del Comune di Roma, si è incentrato proprio sull’aspetto della recuperabilità che è il fulcro centrale di tutti gli interventi in atto. L’intervento domiciliare nasce per sostenere i genitori, o i caregivers, nello svolgere il loro ruolo di accudimento e accompagnamento alla crescita del minore. Compito dell’educatore è lavorare con il genitore, aiutarlo ad adempire al proprio ruolo a partire dalla valorizzazione delle sue risorse e competenze. Nel contempo le dinamiche famigliari vengono osservate per capire se vi sono margini di miglioramento e di recuperabilità delle capacità genitoriali.

Nel caso di violenza intrafamigliare la complessità di questo lavoro è enorme e le implicazioni sono tante come ci mostra, dati alla mano, Manila Del Giudice, operatrice del Centro Antiviolenza Mater Dei della Cooperativa Dedalus di Napoli. La maggior parte delle donne che accedono al CAV sono madri con uno o più figli. Molte di loro hanno subito maltrattamenti e violenze da parte del compagno, marito o ex. I figli hanno spesso assistito alla violenza sia verbale che fisica del padre/compagno sulla madre e questa ha generato in loro ansia, paura, confusione, rabbia. Sentimenti che influenzano la loro vita quotidiana e il loro futuro: difficoltà di relazione, iperattività a scuola, peggioramento del rendimento scolastico e, col passare degli anni, difficoltà nello stabilire delle relazioni affettive, aggressività e, spesso, emulazione del modello di “carnefice” o di vittima, in una spirale di violenza che si trasmette da una generazione all’altra.

A conclusione del Tavolo intercittadino il suo punto nodale viene ribadito e, soprattutto, viene posto l’accento sulla precocità dell’intervento e sull’integrazione dei servizi. Uniche armi in nostro possesso per “ricucire i sogni” infranti dei bambini vittime di violenza.

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