MaTeMù: cronache e riflessioni di un presidio educativo che non si è mai fermato

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Lo Spazio Giovani e Scuola d’Arte del I Municipio di CIES Onlus, MaTeMù, è anche uno dei presidi territoriali extrascolastici dove si svolgono attività di arteducazione e supporto socio-affettivo nell’ambito di progetto DOORS. Alla base del coinvolgimento di diversi poli d’eccellenza di educazione informale, tra i quali anche la Biblioteca Makerspace di Fabriano e lo Spazio ArtEducazione di Milano, risiede una delle strategie cardine del nostro progetto per contrastare la povertà educativa minorile: promuovere attività in presidi scolastici e presidi territoriali per favorire la loro collaborazione che impatta direttamente sull’apertura della scuola al territorio e sulla relazione sinergica tra educazione formale e educazione informale.
Abbiamo chiesto a Dina Giuseppetti, direttrice e responsabile di MaTeMù, di raccontarci come il centro giovani è andato avanti durante il lock-down, con quali priorità e obiettivi.

Il 9 marzo MaTeMù ha chiuso e dal 17 si è trasferito on line, con una programmazione via via più ricca. Man mano contributi video, rubriche sui social, lezioni sia individuali che collettive, telefonate e messaggi hanno sostituito la maggior parte delle discipline artistiche e dei servizi offerti dal vivo: musica (chitarra, batteria, sax), canto, rap, break dance, teatro, fumetto, video making, scuola di italiano, spazio studio, ascolto psicologico, chiacchiere tra ragazzi e operatori…

Da metà marzo, quindi, sono iniziati i giorni dei MI SENTI? SI’, MA MI VEDI? IO TI VEDO. TU MI SENTI? IO TI SENTO, MA NON BENE. TU MI VEDI? TI VEDO A SCATTI.

Abbiamo imparato molte cose in questo tempo sospeso di lock-down. Se le parole sono importanti l’espressione “distanza sociale” è lontana dalla nostra idea di questi mesi, così abbiamo sempre parlato di “distanza fisica”. Bisogna stare lontani fisicamente, ma dal punto di vista sociale occorre essere più uniti che mai.  Abbiamo raggiunto rapidamente molti ragazzi e ragazze di quelli che venivano a MaTeMù e anche alcuni nuovi allievi ci hanno seguito direttamente nella versione on line. La didattica a distanza ci ha consentito di raggiungere allievi/e di quartieri lontani e anche di altre città e di altre regioni. Per esempio, ora nel nostro gruppo rap ci sono tre ragazzi di Torino con cui vorremmo assolutamente continuare a lavorare.

Il primo periodo è stato pieno di adrenalina e creatività. Sono rimasta veramente colpita dalla capacità dei miei colleghi di pensare contenuti di così alta qualità, sia in video che in diretta. Alcuni ragazzi ci hanno poi avvisato che non potevano seguire le lezioni perché iniziavano a finire i giga o era disponibile a casa un solo computer. Così, attraverso l’Impresa Sociale Con i Bambini e il progetto DOORS che hanno reso possibile per noi il passaggio alla DAD, abbiamo deciso di acquistare sei tablet con relative connessioni per ragazzi che ne manifestavano la necessità, e di portare un sassofono di MaTeMù a casa di un allievo che non lo aveva.

Il 15 maggio abbiamo portato cinque dei tablet acquistati ai loro giovani destinatari. Siamo arrivati in bici sotto il primo palazzo, eravamo tre operatori: i ragazzi sono scesi, era difficile capire come salutarci e come parlarci, come non abbracciarci.

Nonostante le difficoltà siamo rimasti lì sotto per un bel po’ a chiacchierare, ci hanno raccontato dell’isolamento e dei giorni trascorsi in casa, senza poter uscire neanche sui corridoi che nel palazzo dividono le abitazioni. Siamo stati lì con la mascherina cercando un nuovo alfabeto e una nuova confidenza che riprendesse da quella perduta. Ma era come quando in una telefonata di questi giorni senti l’altro a scatti, o metallico, e cogli i punti chiave del discorso, ma non le sfumature, e quindi non le cose più importanti. Fuori abbiamo incontrato un altro ragazzo di MaTeMù, M., che ci chiedeva della riapertura (“Quando riaprite?” è la frase che ho più ascoltato e letto in questi mesi).

Sono tornata portando la bici a piedi per un tratto, per non deconcentrarmi con la velocità e il vento. La velocità, il vento e la gioia di pedalare portano via tutti i pensieri. Volevo tenerli un attimo, e i pensieri erano che sicuramente esiste un digital divide e bisogna colmarlo. Che colmarlo solo con gli oggetti senza predisporre un’educazione digitale, come abbiamo provato a fare in questi mesi, non serve a molto, o serve solo per una parte dei ragazzi, e quindi aumenta quel “divide”. Il solito pensiero, insomma: che fare parti uguali tra diseguali è una delle più alte forme di discriminazione che esista.

Alla base di tutto, però, volevo fermare un altro pensiero: che la parte veramente necessaria non è solo quella dei contenuti di insegnamento, ma resta la relazione educativa. E’ la possibilità di parlarsi, ascoltarsi, guardarsi negli occhi, capirsi e vedersi da vicino, a fianco ad altri ragazzi e ragazze. “Da vicino nessuno è normale”, si dice, e allo stesso tempo da lontano, dall’altra parte dello schermo, rischiano di sembrare normali tutti. La relazione educativa ha bisogno del corpo, del non verbale che fatalmente vince sempre sul verbale.

Durante la pandemia, iniziative di solidarietà sono sorte ovunque, spontaneamente e molte comunità, anche quelle dell’Esquilino, ne sono uscite rafforzate, basti vedere l’esperienza di Portici Aperti.

In questo tempo abbiamo imparato molte cose, raggiunto ragazzi lontani, trovato chiavi di lettura e comunicazione più efficaci con alcuni che difficilmente riuscivano a esprimersi dal vivo, e invece con i messaggi o i video, per esempio, ce l’hanno fatta. Però certi ragazzi li abbiamo persi… Ho la sensazione netta che siano quelli che stavano peggio, quelli a rischio di dispersione. E forse non sarebbe servito il tablet e neanche l’educazione digitale: per quelli servono i corpi, serve esserci. Esserci di fronte alla sfida e all’ennesimo superare i limiti, o all’ennesima irraggiungibile apatia. Per quei ragazzi bisogna andare a citofonarte, scavalcare i cancelli, chiamare gli insegnanti, parlare sotto casa con i genitori. Bisogna alzare la voce, abbassarla, servono le pacche sulle spalle e serviamo noi interi.

Esserci senza esserci con il corpo non so se si può fare, in caso dovremmo imparare, bisognerebbe realizzare delle formazioni obbligatorie per chi si occupa di DAD, una educazione digitale anche per gli educatori e gli insegnanti, senza dubbio.

(Che si possa esserci senza esserci con il corpo, detto per inciso, è la cosa che noi di MaTeMù oggi speriamo di più al mondo. Che sia possibile. Senza questa speranza ora ci sembrerebbe inutile e assurdo riaprire perché due settimane fa abbiamo perso uno dei pezzi più grandi del nostro staff e del nostro cuore.

Quindi stiamo cercando tutto il tempo di dimostrare che sì, si può esserci davvero, anche senza il corpo. Se impariamo, se scopriamo che è vero, vi facciamo sapere, e poi vi insegniamo noi).

 

di Dina Giuseppetti

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