Scuolavirus: l’educazione non si ferma

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Scuola e i progetti sulla povertà educativa

I progetti sulla povertà educativa cercano nuovi strumenti e strategie didattiche, ma si sta rischiando di aumentare le distanze tra chi ce la può fare e chi no

 

Il Coronavirus ci è venuto addosso come un tram e siamo caduti a terra.

Tutti i progetti con le “nostre” ragazze e i “nostri” ragazzi, per affrontare insieme il loro disagio, scolastico, familiare, sociale sono basati sulla possibilità di ripartire dalla tessitura di una relazione di fiducia. Come fosse un ricamo fatto di rapporti, di mani che si stringono in silenzio, di attese sotto casa per richiamare i più indecisi, di vicinanze e di modulazioni del tono di voce. Prima a due e poi sempre più largo. Guardandosi negli occhi, stando fianco a fianco, facendo fatica insieme. E tirando dentro in questo gioco, dove possibile, anche la mamma e il papà, gli insegnanti, la scuola. E poi anche il reticolo di risorse e opportunità del quartiere… Con pazienza, giorno per giorno.

Ora ci troviamo spiazzati.

Non si tratta qui solo di rimodulare i progetti cambiando i contesti o gli strumenti oppure riducendo i tempi di realizzazione. Questa emergenza sanitaria ci obbliga a mettere in discussione gli stessi presupposti sui quali abbiamo fondato il nostro impegno di educatori. Siamo costretti a domandarci da capo il significato di relazione, di distanza, di parola, di gruppo. Avvertiamo adesso quanto sia riduttiva la distinzione di virtuale e reale quando parliamo di comunicazione. E per ora non sappiamo ancora se questo vuoto d’aria prodotto dal virus ci raccomanda solo di allacciare le cinture di sicurezza per superare il sobbalzo e il momento di paura, oppure se d’ora in avanti ci troveremo a volare in un altro cielo.

Adesso però dobbiamo rialzarci. Subito. E ci ritroviamo un po’ nella condizione di viaggiatori catapultati in un territorio sconosciuto, con un’altra lingua, altre liturgie. Balbettiamo qualcosa nella speranza che i nostri goffi tentativi di comunicazione significhino proprio quello che vorremmo dire e non il contrario. Conosciamo i nostri ragazzi e sappiamo bene quanti danni potrà fare per loro questa chiusura, quelli già barcollanti potranno cadere.

La fortuna, da una parte, e la stranezza dall’altra è che in questo nuovo territorio sembra che siamo noi a dover essere accompagnati e non quelli che dovremmo accompagnare: i ragazzi appunto. Questa specie di ribaltamento di ruoli potrebbe essere una chiave di lettura del nuovo che ci sta davanti? Non so. Intanto cominciamo.

Cominciamo a fare pratica di sostegno on line, didattica a distanza e piattaforme per la scuola. Il telefono e le chat sono in questi frangenti molto importanti ma non bastano ovviamente. Vediamo che ogni Istituto si arrangia a modo suo, chi meglio e chi peggio, lasciando comunque ampio spazio di iniziativa, quando c’è, ai singoli docenti. Il che non sempre si rivela la scelta più adatta, specialmente per i ragazzi con “bisogni educativi speciali”. Chi normalmente a scuola fa fatica, ora si trova in una situazione se possibile peggiore: in certe classi on line ci si imbatte in montagne di contenuti offerti agli studenti da tutti gli insegnanti senza alcun metodo, non preoccupandosi di accompagnare i processi di apprendimento con i tempi e la gradualità necessaria. Molti insegnanti non capiscono che non basta mettere in piattaforma un bel video e assegnare una lista di esercizi da eseguire, e compiti e compiti e compiti, senza accorgersi che in una normale lezione in classe non sarebbero mai riusciti a trasmettere nemmeno la metà di quello che rifilano ai ragazzi on line.

In questo modo, ci sembra che aumentino le distanze tra chi ce la può fare e chi no, tra chi ha un genitore attento e chi nemmeno ce l’ha il genitore, tra chi ad andar bene può mettersi seduto in cucina con lo smartphone mentre la sorella gioca e la mamma sta ai fornelli e chi ha una cameretta attrezzata con dispositivi adeguati, tra chi ha già di suo un filo di motivazione e di autostima e chi invece deve ancora trovarla la motivazione per la scuola, perché nella sua testa pesano così gravi problemi che la scuola sarebbe un lusso…

Abbiamo cominciato. I tempi di lavoro si sono dilatati perché a casa non suona la campanella. Tra un mese ne riparliamo.

 

Franco Taverna 

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