Dei cantieri per costruire nuove mappe

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Roberto Latella

Sociologo, formatore e couselor

Il progetto Cantieri Comuni nasce da un finanziamento dell’impresa sociale “Con i bambini” per il contrasto alla povertà educativa  e si articola in azioni orientate alla valorizzazione del legame tra scuole e comunità/territorio, all’interno dei seguenti ambiti:

  • sostegno alle transizioni scolastiche
  •  sviluppo competenze sociali;
  • inter-cultura;
  •  sostegno alla genitorialità;
  • sviluppo competenze individuali, artistiche, espressive, comunicative;
  •  sostegno situazioni di fragilità;
  • percorsi extrascolastici.

Detta così il progetto appare molto simile a molti altri progetti che si stanno articolando in maniera per lo più virtuosa in varie parti di Italia con l’obiettivo del contrasto alla povertà educativa. Cantieri Comuni si caratterizza però per alcune peculiarità. Vi sono almeno due aspetti importanti che lo distinguono da altri progetti simili e con le medesime finalità: in primo luogo l’estensione del progetto e la ricchezza del partenariato, infatti il progetto si articola sui territori del comune di Bologna e Ferrara e coinvolge oltre 50 partner tra istituzioni, enti del terzo settore e scuole. Il secondo aspetto riguarda la sperimentazione di una nuova figura professionale, il Net Weaver che ha il compito di curare la tessitura della comunità educante, elemento chiave dei progetti di contrasto alla povertà educativa. Il nodo della comunità educante appare in effetti un nodo strategico per poter immaginare un cambio di paradigma nei servizi educativi sul territorio e  far fronte alla povertà educativa. In realtà la povertà è sempre più un fenomeno complesso e multifattoriale, legato sicuramente alla struttura economica, ma che porta con sé un livello di deprivazione non solo sul terreno del capitale economico, ma anche su quello che Bourdieu  definiva capitale culturale, capitale sociale e capitale simbolico. Il concetto di povertà è sempre più legato al territorio di cui si è parte, i diritti di cui si è titolari, le opportunità e i servizi offerti, la struttura urbana e persino estetica del posto dove si vive e la rete di relazioni sociali e comunitarie. Questa lettura ci costringe, sul piano delle strategie di intervento e prevenzione, a coinvolgere gli attori sociali e restituire al contesto comunitario il problema con un respiro collettivo. Da qui il concetto di povertà educativa che va oltre la semplice povertà ma ci parla invece di una condizione di mancanza di “capacitazione”, per dirla con Amartya Sen , di opportunità e stimoli, e in qualche misura di libertà di scelta e di possibilità/capacità progettuale.  Qui entra in gioco il ruolo fondamentale della comunità educante, ma anche la necessità di una figura come il   Net Weaver che possa essere insieme lievito e custode di un processo che non si limiti alla messa in rete delle agenzia educative del territorio, ma che immagini un intreccio tra reti primarie di prossimità e reti istituzionali. Un’idea di comunità educante che parte proprio dalle reti informali e dalla tessitura di legami mutuali. Una comunità educante così intesa non è quindi solo la rete dei servizi e delle scuole e non può essere delegata unicamente alla famiglia, ma chiama in causa ciascuno nel suo ruolo. Se è vero, come dice il proverbio africano, che per crescere un bambino c’è bisogno di un intero villaggio, allora nessuno può sentirsi escluso dalla costruzione di una comunità educante solidale e competente. Partendo da questi presupposti il ruolo dell’operatore sociale in parte si trasforma, rinunciando a una quota di potere tecnico insita nel proprio ruolo, per restituire potere sociale all’altro e alla comunità in un percorso di empowerment. In questo cambio di paradigma e di strategia di intervento prende corpo la sperimentazione inedita di una figura come il  Net Weaver, che si pone come agente di comunità e di mediazione sociale e che nello stesso tempo tiene i fili non solo dei rapporti tra i servizi, ma tra questi e le esperienze di attivazione e partecipazione sociale che il progetto con le sue molteplici azioni sollecita o che sono già presenti sul territorio ma disperse  e frammentate.

Come dicevamo, nel solco del lavoro di comunità il progetto Cantieri Comuni prende molto sul serio il tema della comunità educante, non si limita a nominarla ma, prendendo il toro per le corna, si propone un lavoro di valorizzazione e costruzione di lungo respiro che non può che sfidare anche il nostro modo di pensare i servizi e un’idea di welfare e di politica sociale ancora prevalente nei nostri servizi. Il presupposto della comunità educante infatti sposta la responsabilità dei problemi e dei possibili disagi  (e dunque anche gli interventi per la loro risoluzione) in un contesto più vasto del singolo bambino o della singola famiglia, ci costringe ad occuparci nello stesso tempo dei pesci e del mare dentro cui nuotano,  ci sposta da una logica di prestazione, sia essa quella genitoriale ( più o meno carente) o specialistica, proponendoci la comunità educante come luogo largo dell’educazione dei più piccoli. Nell’ottica della comunità educante gli attori in campo smettono necessariamente di essere oggettivati nella logica dell’utenza, del target o nella versione specialistica del “caso”, e riacquistano invece soggettività. Non oggetti più o meno adeguati da restaurare, ma soggetti del cambiamento da attivare. Questo sia se parliamo di bambini più o meno in difficoltà sia se parliamo di genitori considerati più o meno competenti. Le persone smettono di essere in primo luogo un sintomo, per diventare una storia con le complessità, le risorse, ma anche il dolore che ogni storia porta con sé.

Con la sperimentazione del Net Weaver, ma anche con le esperienze teatrali di Ferrara, con il  lavoro su forme nuove di apprendimento  nella scuola e nei territori che partono da percorsi di alfabetizzazione emotiva, dalla ciclofficina sino ai percorsi che mettono al centro la pratica creativa ed estetica e la ricerca della bellezza come presupposto educativo, Cantieri Comuni, appunto come si fa in un cantiere, costruisce, sperimenta e apprende dal proprio agire.

Si tratta ora, con il progetto ancora in corso, rimodellandosi e ripensandosi continuamente anche in ragione degli ostacoli ma anche dagli apprendimenti offerti della pandemia, di ragionare di futuro. Non solo per capire come continuare e rendere trasferibile la figura del Net Weaver, ma anche  come valorizzare questa grande risorsa di rete rappresentata da un partenariato così largo. Davvero questa volta è necessario far sì che progetti “straordinari” (come lo sono spesso quelli promossi dall’impresa “con i bambini”) sui territori possano sposarsi con quelli “ordinari” delle scuole e delle istituzioni. Si tratta di capire come far sì che il lavoro di comunità si possa legare al lavoro sui singoli portato avanti dai servizi, come raccogliere la sfida anche culturale e metodologica che progetti come questo ci consegnano. La palla passa a tutti noi: in primo luogo sicuramente agli enti locali del territorio e alle scuole che possono cogliere l’opportunità di dare continuità a segmenti del progetto e specialmente alla logica di questa esperienza. Ma riguarda anche l’impresa Con I Bambini, che può cercare il modo di collegare le proprie politiche educative con i servizi del territorio; riguarda infine le cooperative e il terzo settore, protagonista di questa esperienza, chiamato a farsi attraversare a fondo da esperienze come queste per rilanciare il proprio ruolo di innovatori e “perturbatori” costruttivi delle politiche sociali ed educative sui territori. Questa volta davvero i presupposti per non chiudere una strada solo perché si chiude un cantiere ci sono tutti.

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