Il secondo incontro. La parola, il movimento, il silenzio

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Il secondo incontro. La parola, il movimento, il silenzio

Arrivano in 4, fra di loro con sorpresa, un giovane che si era mostrato oppositivo e disinteressato la volta precedente, sono i 3 che parlano solo la loro lingua, più un ragazzo nuovo che si definisce calabrese, magrebino, italiano.

I maestri d’arte hanno un post-it colorato appiccicato con il proprio nome scritto sopra, proponiamo loro di fare lo stesso.
Spostiamo i tavoli, creiamo lo spazio e partiamo…

Ognuno, a turno fa un passo all’interno del cerchio e dice il proprio nome, lo ripete in un giro successivo alternando toni di voce alti a toni bassi, aggiungendo in un altro giro un gesto, rispecchiando quanto proposto da Andrea, che ci guida in questa esperienza di conoscenza e contatto.

Andrea ci propone di passarci l’un l’altro un oggetto immaginario, leggero, pesante, piccolo, grande, enorme, minuscolo…ad ogni passaggio diciamo ad alta voce il nome della persona che deve riceverlo.

Ci siamo presentati, conosciuti e riconosciuti utilizzando il solo nome e l’immaginazione.

Poi ci appropriamo dello spazio, liberamente, camminando velocemente, lentamente, in ogni direzione, di nuovo, ad ogni persona che incontriamo porgiamo un saluto, un abbraccio, una mano.

Utilizziamo lo spazio come un’agorà virtuale, nella quale il gesto e non la parola, costruiscono la trama dell’incontro.

La conversazione prosegue sempre attraverso il corpo dell’altro, con il quale veniamo in contatto delicatamente e rispettandone i confini, nell’esercizio successivo.

Ognuno di noi si ferma in una posizione ed a turno, si muove verso gli altri modificando la loro postura, muovendogli un braccio, la testa, il viso, ed alla fine prendendone il posto.

A questo punto siamo pronti per salire un altro gradino nella scala della conoscenza: conosciamo i nomi, li abbiniamo ai visi, ed ai corpi, ma cosa ci fa essere quello che siamo?

Andrea propone di disegnare una sagoma su un foglio (la nostra sagoma) e di disegnare all’interno le cose che amiamo, poi di sceglierne una sola e di dirla ad alta voce, nella propria lingua mostrando l’immagine agli altri.

Mangiare la pizza, leggere un libro, la casa, il serpente, gli alberi, il meccanico, la maschera, il rito del caffè… queste sono le nostre passioni, le cose che amiamo.

È giunto il momento del nuovo cerchio, dove ognuno di noi mima ciò che ama, mentre gli altri osservano, e poi rispecchiano il gesto fatto dall’altro, prima da fermi per memorizzare la gestualità delle passioni nostre ed altrui, poi camminando, aumentando il ritmo man mano che il tempo passa, finché i gesti e le passioni degli altri non diventano parte di noi.

Ci lasciamo dopo aver eseguito un esercizio in linea, in cui viene richiesto di mimare le passioni nell’ordine di presentazione iniziale, provando a creare una prima coreografia corale.

Osservazioni:

La proposta di lavoro corporeo ci ha permesso di creare il setting adeguato per conoscerci, divertendoci, superando l’ostacolo delle lingue ed allo stesso tempo far emergere parti di noi: la casa per chi è appena arrivato, il serpente che ricorda la vita precedente, il rito del caffè come un momento di pausa e di incontro, il meccanico come progetto di realizzazione di sé, la lettura come uno spazio per esplorare altri mondi, la pizza come momento di incontro e di nutrimento, l’albero con le radici piantate nel terreno e le chiome libere di muoversi, ed infine la maschera…quella che utilizziamo tutti i giorni, quella che ci siamo levati in silenzio, quella che rappresenterà noi stessi, o forse altri..all’interno di questo viaggio che abbiamo appena cominciato.

È sempre sorprendente come il corpo ci permetta di incontrarci al di là delle differenze e delle parole e come faciliti la conoscenza tenendo la giusta distanza, le parole sono emerse in un secondo tempo, dal corpo all’immagine, dal gesto alla parola in tutte le lingue delle persone presenti.

Come in passato, ho avuto modo di riflettere sul dipanarsi del progetto creativo e dei suoi punti di contatto con la possibilità progettuale dell’individuo, che se ha a disposizione un setting accogliente e non giudicante, utilizza al meglio le proprie potenzialità, partendo da una “mancanza” che in questo caso ci accomunava tutti, una lingua parlata comune da utilizzare per comunicare.

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