La Cina è vicina. A Rimini oltre 100 bambini apprendono, giocano e crescono insieme

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Bambini al Centro Italia -Cina di Rimini

Italia-Cina crescono insieme. Se il futuro è nei piccoli grandi gesti che cambiano il mondo, le distanze culturali sono confini da superare. Tutto questo accade a Rimini dove, grazie a Con i Bambini, si sta portando avanti una delle cinque azioni promosse dal progetto A.P.P.Rendo meglio. Il potenziamento delle competenze di studenti di origine cinese prevede proprio il sostegno educativo e scolastico a bambini  tra i 6 e i 14 anni.

A San Nicolò, nel quartiere più etnico di Rimini, vicino alla stazione del treni, è iniziata dai primi di luglio l’attività del centro estivo Italia-Cina. Ogni mattina, come racconta Mattia Amaranti, fratello di Montetauro e responsabile della struttura, qui svolgono principalmente tre attività: la prima è l’aiuto compiti, fondamentale per tutti i ragazzi. Poi c’è l’insegnamento della lingua italiana, sia per i nuovi arrivati, sia per chi è qui da due o tre anni, perché per apprendere bene la nostra lingua ci vogliono almeno 3 o 4 anni. In più, in questa scuola, si insegna anche la lingua cinese. Tutti questi bambini infatti parlano cinese ma non lo sanno scrivere. Per i genitori è molto importante che la imparino: nel caso il processo migratorio avesse un termine, potrebbero tornare in Cina con almeno alcuni rudimenti della loro lingua”.

Numerose sono le difficoltà riscontrate nell’apprendimento della lingua italiana: la nostra lingua è particolarmente difficile e i bambini, a casa, non la parlano. La scuola e le attività di supporto allo svolgimento dei compiti sono fondamentali per promuovere il processo di integrazione e velocizzare il loro inserimento nella comunità.

Sono più di 100 i bambini di Rimini, Santarcangelo e del circondario che tutte le mattine si recano nel cortile di San Nicolò dalle 9 alle 12. A questi se ne aggiungono più di una decina proveniente da fuori: dall’Emilia-Romagna, dal Veneto, dall’Abruzzo. Sono i figli di famiglie cinesi mandati dai parenti per l’estate e iscritti al centro.

“Un giorno alla settimana – continua Mattia – facciamo un’attività alternativa sempre grazie all’aiuto dei volontari. Per le bambine delle elementari abbiamo proposto un corso di danza, mentre per quelle delle medie abbiamo organizzato un corso di cucina italiana in cui abbiamo preparato tagliatelle, strozzapreti, la piada, così imparano anche la nostra cultura e cucina italiana, che a molti di loro piace. I bambini delle elementari fanno invece un corso di calcio. Perché spesso tifano una squadra e giocano volentieri, ma soprattutto il calcio è un ottimo veicolo per integrarsi con i compagni italiani: quando un ragazzo gioca bene viene coinvolto dagli amici. Per i ragazzi delle medie è attivo un corso di basket”.

L’attività scolastica è anche un modo per fare breccia nella comunità cinese, tradizionalmente chiusa. Il cortile di San Nicolò diventa così un luogo di ritrovo per le famiglie che si fermano a chiacchierare e aumentano, grazie alla conoscenza dei figli, la loro conoscenza della cultura locale. Ma l’integrazione non è costituita solo dai buoni rapporti tra la comunità ospite e quella ospitante. Essenziale è il percorso scolastico e personale delle seconde generazioni. Ne sono un esempio le tante sorelle maggiori dei bambini che tutte le mattine a San Nicolò aiutano i più piccoli con i compiti, e che studiano al liceo, o sono già arrivate all’università. Parlano un italiano senza inflessioni e sono perfettamente integrati.

Il ruolo dei volontari è fondamentale: qui operano giornalmente tirocinanti universitari, iscritti ai corsi di lingue orientali e scienze dell’educazione, giovani adolescenti, maestre in attività e/o in pensione.  Tanti i bisogni, tante le attenzioni da dedicare.

Il rapporto fiduciario con le famiglie è cruciale: si devono fidare delle persone qui impegnate e della bontà delle attività promosse. “Non è facilissimo entrare nella mentalità cinese – chiosa Mattia – ma col tempo si scopre una comunità ricca e vivace. Ricordano molto le nostre famiglie negli anni ‘50 e ‘60. Il rapporto con i figli è più autoritario e spesso chiedono ai ragazzi un aiuto a casa e al lavoro. Le bambine cucinano, e maschi e femmine aiutano spesso nell’attività di famiglia. Noi qui non facciamo attività di evangelizzazione, anche se festeggiamo le nostre feste, Natale e Pasqua. Loro hanno un rapporto molto distante con la religione. Sono curiosi e rispettosi, ma rimangono indifferenti. Sono interessati principalmente al lavoro e a poter guadagnare. Amano la Romagna anche per questo. Vedono in noi una popolazione che sa lavorare senza fare storie, anche se probabilmente ai loro occhi lavoriamo poco!”.

Il mediatore culturale, Cosimo, dice che ai bambini piace andare  al centro perché “qui sono tutti cinesi. Nella scuola italiana parlano poco, perché hanno problemi con la lingua e sono timidi. Qui corrono come vogliono. E anche ai genitori piace venire qui perché possono chiacchierare e stare bene”.

Grazie al progetto A.P.P.Rendo meglio, secondo quanto affermato da Mattia, è stato possibile stringere un rapporto sempre più efficace e proficuo con le scuole in cui i bambini sono inseriti: ora sono i loro stessi insegnanti a chiamarli, a coinvolgerli per segnalare situazioni di bisogno e supporto, indicando gli strumenti su cui lavorare insieme ai ragazzi.

 

 

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